teatro di dioniso




Teatro di Dioniso / Fondazione del Teatro Stabile di Torino
Residenza Multidisciplinare di Asti
con il sostegno del Sistema Teatro Torino


presentano
Shakespeare / VENERE E ADONE

uno spettacolo di Valter Malosti



in scena
Valter Malosti
e
Daniele Trastu

coreografie Michela Lucenti
suono GUP
scene Paolo Baroni
luci Francesco Dell'Elba
costumi Marzia Paparini
assistente alla regia Francesco Visconti
traduzione e ricerca musicale Valter Malosti

musiche di
Louis Andriessen, Antony, Aphex Twin, Craig Armstrong, Luciano Berio, Cathy Berberian, John Blow, Gavin Bryars, John Cage, Death Ambient,
Stuart Dempster,Gyorgy Ligeti, Bruno Maderna, Michael Nyman, Luigi Nono, Terry Riley, Nino Rota, Alan Splet, Karlheinz Stockhausen, Thom Willems

foto di scena Tommaso Le Pera
immagine originale di locandina Coniglio Viola
consulenza musicale Carlo Boccadoro
assistente costumista Ilaria Belloste
tecnico di palco e macchinista Matteo Lainati

produzione esecutiva Teatro di Dioniso
organizzazione Paolo Ambrosino Federico Alossa
amministrazione Fiammetta Demurtas
ufficio stampa Giulia Calligaro

si ringrazia
Teatro Petrella di Longiano
Edizioni Torino Poesia



Foto di Tommaso Le Pera


Una dea innamorata e pazza di desiderio e un giovane uomo bellissimo, che le sfugge, finendo ucciso tra le zanne di un cinghiale, sono i protagonisti di Venere e Adone, poemetto erotico-pastorale che William Shakespeare dedicò, nel 1593, al suo protettore, il giovane conte di Southampton. «Intreccio di eccitazione erotica, dolore e freddo umorismo», come la definisce Stephen Greenblatt, Venere e Adone non solo fu la prima opera di Shakespeare ad essere stampata, ma fu anche quello che oggi si definirebbe un successo editoriale: apprezzatissimo fra gentiluomini e cortigiani, in breve divenne una sorta di vademecum dell’amatore, ugualmente popolare nella biblioteca, nel boudoir e nel bordello. Dopo un Macbeth traboccante di invenzioni registiche, Valter Malosti torna a Shakespeare portandone in scena un piccolo capolavoro, un concentrato di arguzia, comicità farsesca e sensualità, che diviene per il regista torinese «un vertiginoso punto di partenza per una ricerca sulle variazioni, le declinazioni e le auto-contraddizioni del tema ‘amore’».
(redazionale TST)




Foto di Tommaso Le Pera


NOTE DI REGIA
Immaginatevi dei binari che si perdono all’orizzonte, e un teatro/carro che arriva dinanzi ai vostri occhi da un altro luogo (e forse anche da un altro tempo) con sopra la “pazza dea dell’amore”. Carro barocco, ma anche carrello cinematografico, che si muove all’interno di una scena astratta, ma piena di piccoli misteri, soprattutto luminosi. Venere è una dea/macchina, dea ex machina ma anche sex machine, macchina barocca che tritura suoni e sputa parole. Una macchina di baci, una macchina schizofrenica di travestimento, una macchina di morte per l’oggetto del suo amore: Adone. E proprio da un improbabile pas de deux tra Venere e Adone prende spunto la partitura fisica dello spettacolo, tutta giocata su una minuscola e rischiosa pedana di ottanta centimetri quadri, base del carrello/macchina, da cui si può precipitare facilmente giù, metafora di una più abissale e misteriosa caduta.
Adone ricorda il giovane dei Sonetti - il che implica, naturalmente, che Venere ricordi Shakespeare. Shakespeare scrive su commissione, durante la peste del 1593, per il suo giovanissimo patrono, l’efebico diciannovenne Henry Wriothesley conte di Southampton, di cui è stato ritrovato, un paio di anni fa, un ritratto in abiti femminili. Il gioco delle identità entra così in un labirinto di specchi e si scivola in una progressiva promiscuità delle individualità. In scena, la dea/macchina/attore en travesti, diventa anche Narratore e voce di Adone, divorando tutte le identità narranti.
Al di là del gioco degli specchi, del travestimento, dell’amaro umorismo, il poemetto è un vertiginoso punto di partenza per una ricerca sulle variazioni, le declinazioni e le contraddizioni del tema “amore”.
Ma Venere e Adone è anche una sorta di operina musicale: “il montaggio fonico attinge alle fonti acustiche più disparate, ai suoni della quotidianità sovrapposti a frequenze elettroniche e distorsioni, filtrando il tutto con musica elisabettiana e contemporanea. Musica come camera d’eco dei personaggi, come cartina di tornasole del loro spirito, musica che penetra dentro il testo, talvolta lo accarezza, più spesso entra in conflitto con esso per far schizzare scintille che ustionano ma anche illuminano.”



Foto di Tommaso Le Pera


Nota sulla ricerca musicale.
In cima a tutto c’è la scoperta dell’opera di John Blow “Venus and Adonis” nella magnifica direzione di René Jacobs: a mio avviso un capolavoro di straordinaria modernità. Blow l’abbiamo riletto, dilatato, frantumato e, seguendo le sue tracce, siamo arrivati agli inglesi contemporanei: Michael Nyman e Gavin Bryars su tutti. Alla fine abbiamo creato una partitura che da vita ad una sorta di opera parallela. Ad ognuno dei tre personaggi del poemetto abbiamo donato un proprio mondo musicale. Per il narratore abbiamo seguito quel filo musicale di area inglese (con la grande eccezione soprattutto di John Cage); Adone diviene una voce recitante col clavicembalo (che anche in questo caso parte da composizioni di Blow e si spinge fino a Gyorgy Ligeti, Terry Riley e Louis Andriessen); per Venere, enfatizzando l’intuizione di una specie di dea/macchina, abbiamo utilizzato soprattutto suoni elettronici con un occhio particolare ai lavori sperimentali dei nostri compositori contemporanei: Luciano Berio con la magnifica voce di Cathy Berberian, Bruno Maderna e il suo lavoro elettronico su Shakespeare, Nino Rota, Luigi Nono, ma anche Karlheinz Stockhausen e i più recenti Aphex Twin e Thom Willems.
Valter Malosti



Foto di Tommaso Le Pera




RASSEGNA STAMPA


"In modo delicato, a cominciare dalla magnifica sua traduzione, e pure nel contesto di un'allegoria cui mai viene meno, che mai tradisce, egli rende plastico e verosimile il dramma d' amore. Malosti scivola lungo un binario lievemente inclinato, e con il suo ragazzo poggia su una pedana così piccola da rasentare il costante pericolo di quell'attimo assoluto. Benché stringa tra le braccia Adone, e si poggi al suo corpo, e lo sollevi, e lo denudi e rivesta, egli è sempre solo, ovvero uno e trino: è il pacato narratore, è il riluttante oggetto del desiderio, è l'invasata Venere, un femminiello napoletano-pasoliniano, ora gentile, ora pazzo, furioso, possente. Scende e sale lungo la sua china emotiva, sia corporalmente che vocalmente, in un vortice ininterrotto, in un, ancora una volta, secondo il suo stile, dionisiaco schioccare di baci, baci che, come ho detto, uccidono, sono essi i segni ineluttabili del voluttuoso e tragico destino."
Franco Cordelli, Il Corriere della Sera

"Con una forte scelta espressiva, l'attore-regista ha strappato le due figure al loro contesto, calandole in un'inquieta contemporaneità: se infatti il ruolo muto di Adone è affidato a un danzatore dalle fattezze e dall'abbigliamento sfacciatamente pasoliniani, Venere la incarna en travesti lo stesso Malosti, conferendole eloquenti accenti napoletani, trasformandola in una specie di Anna Magnani rivissuta dalle ambigue creature di Mastelloni o di Ruccello: ma anche quest'idea è mantenuta a metà strada, frenata, stilizzata, pantaloni di pelle e appena un accenno di trucco femminile. Tutto l'effetto dirompente dello spettacolo è soprattutto affidato alla recitazione, un fibrillante flusso vocale in cui l'ottimo Malosti - che firma anche la bella traduzione - si sdoppia e si moltiplica, diventa il narratore, la dea, l'oggetto dei desideri di quest'ultima…"
Renato Palazzi, Il Sole 24ORE

"[...] Malosti interpreta Venere anzi la incarna giocando en travesti la propria parte, come la protagonista di una tragedia proletaria, di Mamma Roma pasoliniana che ama un ragazzo di vita. Senza esteriorità baraccona il travestimento di Malosti è più profondo e sottile: lo si intuisce dai semplici pantaloni di pelle, dal volto appena truccato, ma soprattutto da un'assunzione interiore d'identità che ci spiazza e ci coinvolge. [...] Uno spettacolo di forte impatto e di inquieta, poetica contemporaneità, al quale auguriamo una lunga vita."
Maria Grazia Gregori, L'Unità

"È inutile girarci intorno. Valter Malosti è un interprete di primissima levatura. Vederlo nel suo ultimo lavoro, Shakespeare/Venere e Adone, è scoprire la straordinaria maturità espressiva raggiunta: è l'alchimia di una ricerca fondata sul rigore, su percorsi di conoscenza che intrecciano antico e moderno, tradizione e sfrontatezza come libertà creativa. [...] È un incanto vedere Malosti trascolorare da un personaggio all'altro, trasformare la parola shakesperiana in corpo e in voce, far deflagrare una potenzialità evocatrice che annulla ogni altro bisogno, che rende superflua qualunque altra presenza che non sia in quel suo flusso avvincente spalancato sul vortice dei sogni."
Alfonso Cipolla, La Repubblica "[…] Malosti è in abiti maschili con trucco femminile. Ma il fatto sorprendente è lo spiccato accento napoletano con cui parla la sua dea. Ciò crea allontanamento ed ironia, chiama in causa una tradizione che da Annibale Ruccello arriva fino ad Enzo Moscato, non disdegnando la polifonia vocale di alcuni, indimenticabili campioni della scena. E soprattutto crea una figura femminile scolpita nell'ambiguità e nel matronismo vizioso. Complimenti."
Osvaldo Guerrieri, La Stampa

"Malosti alle prese con questo incantevole rebus […] ne ha trasposto l'azione sul piano di un immaginario fantastico tra fiabesco e onirico. Ritagliandosi con sapido humour la parte en travesti di un'incredibile Venere […] che culla, tra le proprie braccia di nutrice esperta, il tenero virgulto che sfugge al suo desiderio, Malosti attore riempie con autorità somma e giocosa prestanza la scena di questo esercizio a cinque dita sui tasti infidi della poesia."
Enrico Groppali, Il Giornale

"Su un carrello che è una macchina da processione tra il mitologico e il trash contemporaneo, Valter Malosti con occhi bistrati, smalto alle unghie, pantaloni di pelle da ragazzo di vita, avanza e indietreggia in pose quasi marmoree, allacciato a un efebico giovanetto […] ed è così che si materializza per noi il poema erotico-pastorale Venere e Adone […] Questo spettacolo delirante, vitreo, infoiato, barocco e “turpe” […] è un vertiginoso lavoro oggi tradotto, messo in scena e fino in fondo somatizzato da un artista […] ai limiti dell'invasamento."
Rodolfo di Giammarco, La Repubblica

"[…] è la carismatica presenza scenica di Malosti che incanta nel corso dell’intero spettacolo, quando scivola dentro e fuori dai ruoli del narratore, di Adone e non ultimo, Venere. […] splendida nuova traduzione dello stesso Malosti […] stupefacente combinazione di linguaggi teatrali."
Maggy Rose, Plays International

"Si ha l'imperessione di assistere ad uno spettacolo del grande Carmelo Bene."
Luca Marchesi, Libero

"L'allestimento […] è qualitativamente ammirevole: limpida la traduzione dei 1194 versi, appassionata la recitazione […] debordante di invenzioni foniche e gestuali."
Ugo Ronfani, Il Giorno



La Repubblica - Torino, 08-12-07 Il Sole 24 Ore, 09-12-07
La Stampa, 09-12-07 L'unità, 17-12-07
La Repubblica, 31-12-07 Il Corriere della Sera, 16-03-08
Il Giornale, 23-03-08 Il Giorno, 08-03-08
Libero, 13-03-08 Panorama, 03-04-08




Foto di Tommaso Le Pera