teatro di dioniso




MADDALENE
(da Giotto a Bacon)

di Giovanni Testori

un progetto di Valter Malosti

con Michela Cescon e Valter Malosti

musiche di Carlo Boccadoro
eseguite al violoncello da Andrea Pecelli


una produzione TEATRO DI DIONISO
con il sostegno di Bergamo Teatro Festival



foto di Giorgio Sottile

 

Invitato dall'editore Franco Maria Ricci a realizzare (ma forse solo a commentare) un volume sulle Maddalene nella storia dell'arte, Testori produsse in forma di poesia le schede sulle singole opere: schede-versicoli come lui le chiamò, "nate non da un premeditato disegno, bensì da un insopportabile nausea per il modo (a me) consueto di stenderle", e che afferma di scrivere come sdraiato nel letto con la Magdala, o Maddalena, quasi a sentirne il fiato e a far con essa/esse "il lingua in bocca" e forse anche ad immedesimarsi con lei nel suo tormentato cammino spirituale e corporale.

Una singolare raccolta poetica, penetrante e istrionica, "come un sunto, strozzatissimo, di storia dell'arte", che accompagna il cammino della Maddalena nei secoli: da Duccio a Masaccio, da Giotto a Cézanne, da Beato Angelico a Caravaggio, da Raffaello a Rubens, da Botticelli a Tiziano, da Grünewald a Bacon con il contrappunto di Cecil B. De Mille e la Osiris.

Dopo l'installazione testoriana nella chiesa di S.Bernardino a Ivrea sugli affreschi di Martino Spanzotti, continuo ad esplorare il Testori critico d'arte in cui si mescolano teatro, poesia e saggistica tentando di rivelare la teatralità della sua particolarissima scrittura d'arte.

Lo spettacolo inizia e finisce con una delle tre figure ai piedi della croce, "l'atroce bambola scomposta e disfatta" dipinta da Francis Bacon nel 1944, anni di guerra che ci avvicinano alla nostra "ricca, indifferente idiozia dei tempi".



foto di Giorgio Sottile

RASSEGNA STAMPA

Debutto di "Maddalene" in Città Alta
L'incanto della parola

Non servono effetti speciali per distillare un momento di bellezza. Prendete Maddalene, lo spettacolo d'apertura di "DeSidera", la rassegna di teatro sacro organizzata dal Centro Culturale Nicolò Rezzara, andato in scena venerdì scorso alla Sala dei Giuristi a Palazzo della Regione in Città Alta. Pochi elementi semplici, due bravi attori, un violoncellista che li accompagna, le musiche di Carlo Boccadoro, uno dei migliori compositori italiani della nuova generazione. E la regia di Valter Malosti, qui anche interprete, che assicura una confezione elegante. Naturalmente, serve la materia prima, nello specifico costituita da quaranta brucianti poesie di Giovanni Testori, ognuna dedicata a una celebre Maddalena della pittura e della scultura mondiale, dal Duecento di Nicola Pisano al postimpressionismo di Cézanne, con un'incursione novecentesca, nell'orizzonte malato e lancinante di Francis Bacon. Il grande scrittore, drammaturgo e critico d'arte milanese - a cui "DeSidera" dedica un'intera sezione del suo cartellone, nel decennale della morte - scisse queste poesie su commissione, una quindicina di anni fa, per un libro monografico edito da Franco Maria Ricci. In quel libro raffinato, il talento letterario dell'autore si univa al suo acuto sguardo critico: per ogni Maddalena, l'ex-prostituta convertita da Gesù Cristo, un fulmineo, talora beffardo, spesso divertito, giudizio estetico condensato in pochi versi. Malosti e Michela Cescon prestano voce e corpo a questi frammenti, che insieme sembrano comporre un solo discorso critico e poetico. Lo fanno spingendosi fino al limite oltre il quale una lettura diventa azione teatrale tout court. È un gioco sofisticato e impegnativo, che pare filtrare l'essenza stessa dell'opera di Testori. È un piccolo gioiello, che rivela un'attrice giovane, appassionata e sottilmente ironica come la Cescon. Qualcuno la indica come una delle migliori giovani attrici italiane, e ha ragione. Ma a divertire è anche il gioco di rimandi con Malosti, che si riserva i versi più audaci e sanguigni, le stroncature più clamorose, i tratti più incandescenti. Una volta di più, la parola testoriana afferma una fisicità - per quanto tormentata, spigolosa e ferita - che quasi assurge a personaggio autonomo. È una parola che non riposa sulla pura estensione sonora, né sulla bidimensionalità della pagina scritta. Al contrario, ingaggia un combattimento con il linguaggio: è ritorta, stirata in lunghe catene nominali, slegata nei nessi sintattici. Diversa a seconda del soggetto su cui si esercita, eppure fedele a se stessa, pur nella scatenata corsa attraverso i secoli, da, per citarne alcuni, Giotto a Masaccio, Grünevald e Raffaello, da Pontormo a Caravaggio e i caravaggeschi, Poussin e Ceruti.
Si è iniziata la recensione parlando della semplicità degli elementi dello spettacolo. La saggezza della messa in scena sta proprio in questo: non cerca di sovrapporre una teatralità posticcia a una materia frammentata e spezzata, che proprio da questi elementi trae un'istintiva, "naturale" drammaticità. Basta - con un gesto del resto congeniale al Nuovo Teatro - giustapporre i singoli elementi di un discorso che rifiuta programmaticamente di comporsi nelle convenzionali "belle forme". Basta un computer che regoli la proiezione delle immagini delle quaranta opere d'arte considerate. Basta essere un buon attore e disporre di una brava attrice, avere un buon violoncellista (Andrea Pecelli) e un ottimo compositore. E basta riservarsi la possibilità di dirigere lo spettacolo, il ritmo delle immagini, degli interventi sonori e delle parole, in presa diretta, accelerando, sincopando o rallentando a piacere i tempi. Il teatro è l'esecuzione dal vivo di una partitura. E non richiede effetti speciali. È speciale in sé.
(Piergiorgio Nosari, in "L'Eco di Bergamo", marzo 2003)

 


foto di Giorgio Sottile

 

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