teatro di dioniso




Fondazione del Teatro Stabile di Torino / Teatro di Dioniso
con il sostegno del Sistema Teatro Torino


presentano
MACBETH
di William Shakespeare


uno spettacolo di Valter Malosti coreografie di Michela Lucenti



Lady Macbeth Michela Lucenti,
Macbeth Valter Malosti,
Macduff Graziano Piazza,
Lady Macduff Irene Ivaldi,
Re Duncan Veli-Pekka Peltokallio,
Banquo Emanuele Braga,
1a strega – Malcolm Maurizio Camilli,
2a strega – dottore – 2° sicario Francesco Gabrielli,
terza strega – l’uomo dell’armatura - 3° sicario Massimo d’Amore,
Il portiere Giovanni Battista Storti,
uomo insanguinato – 1° sicario - giovane Seyward Yuri Ferrero,
Lennox Lino Musella,
Fleance figlio di Banquo – infermiera Emanuela Serra,
figlia dei Macduff Alice Conti,
Donalbain Pablo G. Franchini,

scene Paolo Baroni,
luci Francesco Dell’Elba,
costumi Marzia Paparini,
musiche originali Fabio Barovero,
suono G.U.P.

musiche Macbeth di Giuseppe Verdi, Hurt di Trent Reznor, frammenti da Exultet di Luigi Ceccarelli, Icct Hedral di Aphex Twin/Philip Glass
frammenti letterari da Orgia di Pier Paolo Pasolini, Macbeth di Heiner Müller

tecnico di palcoscenico Matteo Lainati,
macchinista Antonio Trullo,
microfonista Giuseppe Boragina,
aiuto costumista e sarta Ilaria Belloste,
maschere in lattice Francesca Bergese e Federica Zanella,
maschere in cuoio Stefano Perocco di Meduna,

produzione esecutiva Teatro di Dioniso,
organizzazione Paolo Ambrosino, Federico Alossa, Elisa Bottero,

supporti tecnici Colas, aiuto elettricista Marco Franceschini,
sartoria L'ago Teatrale
assistenti volontari alla regia Ambra Chiarello e Angelo Tronca

si ringraziano Daria Dibitonto per la traduzione del Macbeth di Heiner Müller, Carlos Martin,
Anna Bonasso, OB Stock tessuti, Conceria Stefania,
Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare



Foto di Tommaso Le Pera


DEL PALLIDO DELINQUENTE.
…Ma una cosa è il pensiero, un'altra è l'azione e un'altra ancora è l'immagine dell'azione. La ruota del motivo non passa tra loro. Un'immagine ha fatto impallidire questo pallido uomo. Egli era all'altezza della sua azione, quando la commise: ma non ne sopportò l'immagine, quando era stata commessa. Così da quel momento si considerò sempre come l'autore di una sola azione.
Demenza io chiamo ciò: l'eccezione si stravolse in lui e diventò la sua essenza. La linea tracciata per terra paralizza la gallina, il colpo che egli inflisse ha paralizzato la sua povera ragione - questo io chiamo la demenza "dopo" l'azione.
… Vi è anche un'altra demenza, e questa è prima dell'azione. Ah, per me voi non avete strisciato a fondo nei meandri di quest'anima!
E ora è la sua colpa che grava su di lui come il piombo, e la sua povera ragione è di nuovo così anchilosata, così paralitica, così pesante. Se appena potesse scuotere la testa, il suo peso rotolerebbe di sotto: ma chi può scuotere questa testa? Che cos'è questo uomo? Un cumulo di malattie, che attraverso la mente dilagano nel mondo: così vogliono fare la loro preda. Che cos'è questo uomo? Un groviglio di serpenti furiosi, che raramente trovano pace l'uno accanto all'altro, - e allora se ne vanno ciascuno per conto suo a cercar preda nel mondo.
Guardate questo povero corpo! Ciò che esso ha sofferto e bramato, la povera anima ha cercato di interpretarlo per sé, - essa l'ha interpretato come ebbrezza assassina e come brama della gioia del coltello. Chi oggi è malato viene assalito da ciò che oggi è male: egli vuol far male con ciò che fa male a lui. Ma vi furono altri tempi e un altro male e un altro bene.
Un tempo era male il dubbio e la volontà… di avere un Sè. Allora il malato diventava eretico e strega: come eretico e strega egli soffriva e voleva far soffrire. Ma ciò non vi vuol entrar negli orecchi: voi dite che sarebbe di danno ai vostri buoni. Ma che mi importa dei vostri buoni! Molte cose dei vostri buoni mi fanno schifo, e davvero non ciò che in loro è male. Perchè io vorrei che essi avessero una demenza che li facesse perire… Davvero, io vorrei che la loro demenza si chiamasse verità o fedeltà o giustizia: ma essi hanno la loro virtù per campare a lungo, e in un benessere miserabile. Io sono una ringhiera vicino al torrente: si aggrappi chi può! Ma io non sono la vostra stampella. -
Così parlò Zarathustra.

Friedrich Nietzsche, da Così parlò Zarathustra,- del pallido delinquente - trad. M. Montanari


Foto di Tommaso Le Pera

Troppo distante è lo spettacolo per poterne parlare compiutamente.
So per certo solo come voglio lavorare, a quale processo intendo affidarmi. Mi aspetta un lungo lavoro laboratoriale da sviluppare in collaborazione con Michela Lucenti, che auspico si apra anche a forze internazionali. Vogliamo ripartire dall’esperimento di scrittura creativa realizzato con disco pigs, alla ricerca di un profilo alto di collaborazione fra arti diverse ed un’esplorazione incessante sulla percezione, sulla quale tante cose mi sembra di aver appreso lavorando all’ultimo progetto installativo/teatrale su ecce homo di Nietzsche. Un processo diverso in questo momento è necessario per poter produrre qualcosa di originale, mai come ora capisco Orson Welles quando diceva “Il grande pericolo che corre un artista è la comodità. È suo preciso dovere andarsi cercare il punto di massima scomodità”.

Per ora ho delle immagini in testa, fissazioni che non si vogliono allontanare.
Una piccola bara bianca.
Forse sarà questa la prima immagine dello spettacolo.
“Chi è quest’uomo insanguinato?”
Queste parole, che contengono una potente immagine di morte e nascita, pronunciate dal re Duncan, che verrà poi assassinato da Macbeth, saranno, forse, le prime parole pronunciate in scena.
Vedo anche una stanza piena di giocattoli, chissà da chi e come sarà usata?
Macbeth come storia di “figli”.
Mentre penso agli spettacoli, faccio spesso dei sogni che li riguardano. I primi che hanno sfiorato questo lavoro, anche se ne siamo ancora lontanissimi: sogno di me e Michela Lucenti che ci scambiamo i ruoli, ripetendo più volte i duetti di Macbeth e Lady Macbeth nella doppia versione, cambiando di genere; sogno di Erika e Omar che fanno capolino in scena; sogno di Lady Macbeth che dice il grande monologo finale della Donna di Orgia di Pasolini.
Quello che mi interessa di più di quest’opera è la storia degli uomini e delle donne, non “la storia”, perché il problema centrale del Macbeth appare, come dice il filosofo americano Stanley Cavell, quello dell’intelligibilità dell’umano a sé stesso.
Il testo contiene in sè una acuminata analisi, che vuole squarciare il buio sui rapporti di compenetrazione fra sfera politica e sfera erotica, e che non solo vuole descrivere una catastrofe del mondo ma anche una catastrofe dell’intimità, che nel Macbeth diviene pubblica. Per me Macbeth diviene poi con lo scorrere del testo e del suo tempo interno un tragico buffone.
Tutto ciò parla a noi e di noi uomini di oggi.
Ho negli occhi una vecchia illustrazione, un dipinto che ritrae quello che è considerato il più grande attore shakespeariano del settecento, David Garrick. l’ho guardata mille volte ma solo ora mi accorgo che lui e la signora Pritchard (Lady M.) indossano abiti a loro contemporanei.
Non credo che legga correttamente la storia colui che pensa che ciò che è stato fatto in epoche remote, da uomini di grande fama e notorietà, abbia un senso più profondo di ciò che egli fa giorno dopo giorno… Assieme alla storia civile e metafisica dell’uomo, un’altra storia va avanti ogni giorno – quella del mondo esterno – in cui l’uomo non è meno implicato.
R.W.Emerson, Storia

In testa ho un mondo musicale che parte e si allontana dal melodramma come un elastico, un melodramma suonato con la banda, però. E un’apertura al canto in varie zone del testo.
La partitura fisica, affidata ancora una volta a Michela Lucenti, indagherà con forza barbara l’ossessione della coppia e dei corpi che in questo potentissimo ed enigmatico testo sono declinati in tutte le loro possibilità espressive, ma lascio ad una sua breve nota il parlare di questo.

Valter Malosti



Foto di Tommaso Le Pera


Proponiamo un lavoro sulla relazione, centro e punto fermo indispensabile all’azione.
La relazione e quindi la responsabilità etica di porci di fronte ad un altro essere umano.
Il corpo come punto centrale, presenza e testimonianza etica, veicolo necessario.
Macbeth sarà per noi la storia dei Macbeth, storie di uomini e donne, delle loro eterne paure, una giostra calda e sacrificale, piena di fantasmi e allucinazioni, agita e sudata fino in fondo; la forza semplice e primordiale del desiderio che si esplicita.
Il corpo che non contiene la colpa degli atti commessi, “omessi”.
L’indagine sulla follia quotidiana come normale impossibilità a contenersi e desiderio liberatorio ad esplicitarsi profondamente per quello che si è.
Una danza – azione – morso.
Un grande spazio vuoto, donne e uomini nel vuoto, e corpi e ancora corpi disponibili, esposti, franti, ad interrogarsi a tutto tondo sulle dinamiche di potere rincorrendosi in uno scambio di ruoli infinito.

Michela Lucenti per il balletto civile



Foto di Tommaso Le Pera



Estratto di rassegna stampa


MACBETH DA ANNALI CON VALTER MALOSTI
Il teatro come luogo del profondo. Il teatro come un bosco di linguaggi in cui perdersi per incontrare il proprio destino. Bisogna rendere omaggio a Valter Malosti, che ha il coraggio di affrontare un monumento come il Macbeth di Shakespeare con la stessa violenta, sanguigna teatralità della nostra gloriosa tradizione, quella del melodramma e delle marionette. È grazie a loro, storicamente, che arriva Macbeth in Italia, in virtù di quel meraviglioso su cui ruota la tragedia, la più corta tra quelle scritte da Shakespeare, ma proprio perchè la più aperta al non detto, a quell'inespresso destinato a diventare in scena dirompente, Malosti spalanca le porte a questo meraviglioso tuffandolo nella modernità. Ne nasce uno spettacolo potenzialmente da annali, tra teatro, danza, musica, arti visive: un vortice in cui perdersi e annullarsi, sontuoso quanto ineccepibile. Malosti si conferma come un grande regista capace di rinnovarsi e stupire, pur tenendo fede a una precisa idea di teatro. Meritatissimo successo, spartito con Michela Lucenti (sue anche le coreografie), con la folta compagnia d'attori e danzatori, con le musiche di Fabio Barovero e le luci di Francesco Dell'Elba.

Alfonso Cipolla, “La Repubblica”, 17 marzo 2007

MACBETH RE DELLA SCENA TRA VERDI E LA TECHNO
Scioccante e potente la visionaria interpretazione del dramma shakespeariano di Valter Malosti a Torino

Possiamo parlare di un Macbeth tutto “genio e sregolatezza”? Certo è un Macbeth scioccante questo che Valter Malosti, uno dei nostri più talentuosi registi ha messo in scena (Produzione dello Stabile di Torino insieme a Teatro di Dioniso) al Carignano che poi sarà chiuso a lungo per un prezioso restauro. Scioccante e che però non sembra intaccare, anzi la rivela solo più duramente, la sostanza che ribolle in questo testo che è un viaggio nelle tenebre e nella tempesta, la storia di un disordine fisico in cui si riflette un disordine morale. Il più lucido e feroce dei drammi di Shakespeare Macbeth, la tragedia dell'orgoglio e dell'ambizione, costruita con insolita unità drammatica, intensa e lineare nei suoi poco più che duemila acuminati versi.
Scioccante allora perchè Malosti di essa si impadronisce e rielabora (piccoli innesti di Muller e Pasolini) fruendo della traduzione di Raul Montanari, immergendola in un clima di prepotente visionarietà. E perchè la giostra, determinando nello spettatore una sorta di ubriacatura, sui registri espressivi più diversi, in un contrasto avvincente. Spaziando come fa, e ottenendo spesso momenti di altissima teatralità, dal puro tragico al melodramma, è Verdi ad entrare efficacemente in causa anche se poi lo spettacolo vira su una inebriante colonna sonora che fa leva su musiche techno, pop e anche popolaresche assai ben miscelate. Chiedendo il regista idee al Teatro orientale ma anche a quello dei pupi. E ancora al music hall o rivolgendosi al grottesco; vedasi come muove la triade delle streghe (attori-danzatori en-travesti) che diventa una presenza costante in perenne trasformazione, quasi motore dello spettacolo. Soprattutto, facendo ricorso alla danza, la quale, straripando nell'azione, finisce col creare una sorta di percorso parallelo e un poco straniante. La cosa determinata anche anche dal fatto che Malosti come compagna di viaggio nella sua ardua avventura si trova accanto una partner che proviene appunto dal mondo coreutico, Michela Lucenti (Lady Macbeth di forte autorevolezza) che approfitta per dar libero sfogo alla sua creatività di coreografa.
Tanta miscela espressiva non frena però, anzi esalta la tensione emotiva dello spettacolo che Malosti suddivide in tre parti vissute dentro uno spazio che è soprattutto mentale. Una sorta di grande geometrica cripta che custodisce sarcofagi di re. Uno spazio prima nero, poi rosso sangue (il sangue che è elemento portante della tragedia), infine bianco: un bianco turgido, una bianca prigione di pietra che racchiuderà la follia di un essere, Macbeth, “il più sfortunato dei protagonisti scespiriani”, come dice il Bloom, uno dei massimi studiosi del Bardo, che, ridotto ormai ad una sorta di giocattolo, va incontro alla sua fine tra una folla di ombre. Malosti, passando con rapidità da un registro all'altro, riesce a restituirlo con mirabile bravura. Da mattatore, al centro di un cast eccellente fra i quali doveroso è citare Graziano Piazza (Macduff), Emanuele Braga (Banquo), e Veli Pekka Peltokallio, re Duncan.

Domenico Rigotti, “Avvenire”, 17 marzo 2007

ESAGERATO MACBETH, HAI FINALMENTE TROVATO TEATRO PER I TUOI DENTI
Malosti mette in scena Shakespeare al Carignano di Torino. Eccessivo, interessante

Il Macbeth di Shakespeare, in scena al Carignano di Torino, è un lungo viaggio nel nero. Uno strano, ipertrofico spettacolo che mescola al testo del grande Willie il melodramma (nel senso vero del termine e dunque con arie del Macbeth verdiano), disperazione rock, frammenti di Orgia di Pier Paolo Pasolini e del Macbeth di Heiner Müller sparsi qua e là, la bellissima canzone Hurt di Trent Reznor, le musiche di Luigi Ceccarelli e di Philip Glass, quelle popolari per banda di Fabio Barovero e il teatro danza scelto come mezzo espressivo nei momenti culminanti. La regia è di Valter Malosti, che interpreta anche il ruolo del titolo, al quale non difettano certo le idee, semmai talvolta ne ha troppe. Nella traduzione “corporale”, estremamente forte e concreta del poeta Raul Montanari, nelle luci che con incisività sottolineano i punti più forti della performance, nella colonna sonora che ci riporta rollare di elicotteri, voci sconnesse, crepitio di mitragliatrici, Macbeth è uno spettacolo dai volti diversi: moderno ma anche antico, ambiguo e chiarissimo, eccessivo ma mai reticente. Soprattutto è un vero e proprio percorso dentro dentro i generi del teatro da sempre cari a Malosti: l'esagerazione barocca, la ritualità del teatro giapponese, il contemporaneo provocatorio, le pistole accanto alle corazze, la guerra incapace di pace, l'accento posto sul corpo come motore di tutto ma anche come “luogo” fisico in cui si combatte contro i propri fantasmi quando non, addirittura, con la propria ombra, con ciò che si è davvero, come un incubo che si sogna.
Ecco allora che il Macbeth secondo Malosti ma anche secondo Michela Lucenti e la sua idea di una danza quasi espressionista, in cui il corpo è luogo di battaglie, metaforiche e no, può ad alcuni apparire come un'esagerazione voluta, come un'esteriore rappresentazione di una tragedia che riguarda i più segreti sentimenti di un personaggio che da eroe si trasforma in assassino e i suoi rapporti ambigui e violenti con il potere. In realtà Malosti qui sviluppa una forma spettacolarmente autobiografica del proprio modo di guardare il teatro, di essere nella scena, di usare la parola nella sua capacità di offesa e di determinazione e il corpo nella sua provocatorietà anche la più esteriore. Così la celeberrima tragedia scozzese del condottiero vittorioso che si trasforma in assassino e in re secondo la profezia delle streghe e della sua Lady, che in realtà è tra i due il vero uomo anche se alla fine non riesce a reggere il gioco perverso dell'identità e si uccide, dei delitti efferati che costellano un trono che si poggia sul sangue, nello spettacolo di Malosti assume la valenza di una derisoria sacra rappresentazione dove accanto al regista che si conferma anche incisivo interprete, alla coreografa e attrice Michela Lucenti sono da ricordare il Macduff del bravo Graziano Piazza, l'inquietante Duncan di Veli Pekka Peltokallio, il Banquo irridente di Emanuele Braga, il portiere in alti stivali di vernice rossa di Giovanni Battista Storti, il Lennox a più facce di Lino Musella. Da vedere e da discutere.

Maria Grazia Gregori, “L'Unità”, 18 marzo 2007

MACBETH
Qualche palleggio cestistico, il training di pugilatori, danza, musiche originali, colpi di scena da teatro lirico, voci fuori campo, didascalie proiettate. Il Macbeth firmato da Valter Malosti è ricchissimo di materiali che eccedono il filo rosso della pura drammaturgia, uno spettacolo per certi versi brechtiano, accattivante anche per la sua discontinuità. Ne sono interpreti nei ruoli principali lo stesso Malosti, Michela Lucenti, Lady Macbeth sia nelle parti recitate che nelle coreografie – difficile prova – Graziano Piazza, Mac Duff, Veli Pekka Peltokallio, Re Duncan. Nella rilettura di Malosti Macbeth non è solo una riflessione sul potere ma anche la rappresentazione delle sue cento metamorfosi, gloriose e meschine, epiche e grottesche. Occhieggiano Beckett e Jarry, Heiner Mueller e Pasolini, il musical americano ed Eisler. Molto eisleriane le musiche del bravissimo Fabio Barovero. Non hanno modo di annoiarsi gli spettatori nelle tre ore di spettacolo. Alla fine certo Shakespeare la vince ed il dramma si disegna in tutta la sua potenza. E’ allora che Malosti fa ricorso al suo talento d’attore con qualche impeccabile citazione romantica. Applausi molto calorosi alla fine.

Sergio Ariotti, “TG1”, 14 marzo 2007

MACBETH AL TEATRO CARIGNANO
Fedele al vecchio adagio “squadra che vince non si tocca”, Valter Malosti, reduce della fortunata parentesi di “Disco pigs”, affronta una nuova scommessa teatrale in compagnia della ballerina e coreografa Michela Lucenti: dopo l’incontro con la moderna drammaturgia dell’irlandese Enda Walsh, Malosti si cimenta ora con uno dei classici del teatro scespiriano, quel “Macbeth” da sempre pretesto per grandi sfide e riletture più o meno fedeli all’originale.
In un Teatro Carignano al canto del cigno, prima della chiusura per i previsti lavori di ristrutturazione, vanno in scena, nella moderna traduzione di Raul Montanari, tre ore abbondanti per dipingere la sanguinaria parabola omicida di Macbeth e Lady Macbeth, simboli viventi di un’assurda sete di potere, destinata ad accecare ed annientare l’animo umano: al centro di un allestimento caratterizzato da una grande coralità risalta un’attenta, ed a tratti maniacale, indagine su di un corpo umano analizzato, scandagliato, pervaso da fremiti espressivi che talvolta lo riducono alla guisa di grottesco pupazzo, piuttosto che impegnarlo in tarantolate e nervose danze di morte. Ed è proprio il movimento, rapsodico o misurato, agito o semplicemente evocato, ad assurgere al ruolo di protagonista in un turbinio emotivo dove le scene chiave, su tutte il suicidio di Lady Macbeth e l’avanzamento della foresta di Birnam, sono risolte in maniera lineare senza fronzoli od orpelli di alcun genere. Tre atti attraversati da un evidente cromatismo scenografico che, se nella prima parte si mantiene su toni abbastanza neutri, nella seconda esplode in un sanguinario crescendo di rosso per poi “implodere” in un finale di un luminoso bianco per nulla simbolo di candore, semmai impietoso ritratto di una collettiva follia: danza, colori ma anche tanta musica, dal Macbeth di Verdi a frammenti tecno e sonorità melodrammatiche, nell’itinerario sonoro ideato da Fabio Barovero che abbraccia un vasto universo popolare con contaminazioni di musica sacra e profana.
Valter Malosti e Michela Lucenti tratteggiano con bravura i coniugi assassini, lui ostinata maschera di potere e di sangue, lei creatura più aerea e multiforme sempre pronta a vivere kafkiane metamorfosi per sciogliersi in sequenze di ballo dove ben risaltano le doti di ballerina e coreografa: insieme a loro dividono la scena il sempre bravo Graziano Piazza e Irene Ivaldi, i coniugi Macduff, l’ispirato Banqo di Emanuele Braga e il Re Duncan dallo scandinavo eloquio di Veli-Pekka Peltokallio.

Roberto Canavesi, “www.traspi.net”, 16 marzo 2007

MITRA; ANFIBI E MELODRAMMA PER UN MACBETH TECNO-POP
Affrontare un testo-monumento come Macbeth dovrebbe comportare la scelta di una chiave di lettura privilegiata, da utilizzare quale boa cui attraccare nel mare dei possibili e plausibili significati. Malosti, invece, sovrappone ed interseca tradizioni interpretative e critiche disomogenee, elaborando una messa in scena stratificata e complessa. La solennità del melodramma verdiano convive con lo sfrenato tecno-pop della festa a corte, il Macbeth marine con mitra e anfibi del primo atto diviene quello cinico e tristo del finale. Il protagonista della tragedia non compie tanto una parabola, piuttosto pare assumere tre differenti identità, che risultano altrettanti modi di confrontarsi con l'esistenza. Se nella prima parte Macbeth è quasi una marionetta inconsapevole manovrata da oscure ma convincenti Moire, dopo il delitto si tramuta in uomo in bilico, vinto dai dubbi e dalla sfiducia in quel destino a cui si era affidato, mentre nel finale è una sorta di Riccardo III, sovrano cinicamente sprezzante e volgare. Malosti offre generosamente corpo e voce al suo eclettico Macbeth, affiancato magistralmente da Michela Lucenti, che è una Lady nevrotica e carnale, sensuale e folle ancora prima di compiere il delitto. L'eterogeneità dell'allestimento si traduce anche nella varietà degli spazi scenici e delle tonalità della messa in scena: la prima parte è dominata dal nero e dai rimbombi, dagli echi della guerra e dall'esultanza dei vincitori; la seconda si svolge sullo sfondo del rosso della colpa e della passione sfrenata; il terzo è dipinto dal bianco accecante della morte e dell'ordine finalmente ristabilito. Tre tempi non omogenei neanche dal punto di vista dell'efficacia scenica: il primo, stringente e destabilizzante, il secondo disperatamente vitale ed elettrizzante, il terzo a tratti fastidiosamente elegiaco e discontinuo. Un interessante esperimento drammaturgico alla ricerca di una nuova corroborante miscela tra l'insuperabile parola shakespeariana, la danza e la musica.

Laura Bevione, “Hystrio”, n. 2, aprile-giugno 2007




Foto di Tommaso Le Pera

Foto di Tommaso Le Pera


Foto di Tommaso Le Pera