teatro di dioniso





INVERNO

di Jon Fosse


DONNA Michela Cescon
UOMO Valter Malosti

uno spettacolo di Valter Malosti

traduzione di Graziella Perin

musiche originali Carlo Boccadoro
luci Francesco Dell'Elba
costumi Patrizia Tirino
responsabile allestimento Gennaro Cerlino

una produzione TEATRO DI DIONISO
in collaborazione con ASTI TEATRO 25

Premio UBU per il miglior testo straniero messo in scena in Italia, 2004

 


Foto di Diego Beltramo

 

"...domani non potrò non venire qui. Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni: vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l'anno..."
Fedor M. Dostoevskij, Le notti bianche

Inverno è la storia di un incontro. Ma… questo incontro è una coincidenza o fa parte di un gioco che noi ignoriamo?
Un uomo e una donna, di cui non sapremo mai i nomi, forse una prostituta e un timido impiegato, intrecciano i loro corpi e le loro parole affrontandosi in una lotta di seduzioni e silenzi, alternativamente in uno spazio aperto (un parco cittadino) e in uno spazio chiuso (una stanza d'albergo).
È la storia di un amore, ma l'atmosfera è quella di un'ora enigmatica, di un mistero; del resto Fosse è interessato a cosa c'è sotto le parole, nelle pause, nei silenzi e i frammenti di conversazione sono orchestrati con un ritmo fortemente musicale, che sembra dettato dalle emozioni e dal conflitto interiore dei personaggi.
E questo suono interno dà il tono a tutto lo spettacolo, costringendo gli attori ad un attento esame dei più minimi impulsi, del rumore del loro respiro, coinvolgendo gli spettatori in questo gioco delle emozioni, giocato nella più assoluta essenzialità scenica e di sentimenti, tutto a fior di pelle.
E la sensazione che rimane addosso, oltre ad un forte senso di spiazzamento spazio-temporale, è quella di un testo onirico, poetico e fragile, doloroso e pungente, scandito da una ironia continua e leggera.

Valter Malosti

 


Foto di Diego Beltramo

 

parla l'autore

"Da subito, ho avvertito in letteratura questa voce che era là ma che, paradossalmente, non diceva niente di per sé stessa. Ciò che era strano era che, al di fuori della buona letteratura, salì questa voce che non era verbale, che non diceva niente di preciso, che era là, solo, come qualcosa che potrebbe anche essere udito, ma come una parola senza parole che arriva da molto lontano.

E poi mi colpì che questa voce fosse collegata in maniera precisa allo scrivere. Ed ecco perché io la chiamo la voce dello scrivere.

Perciò l'arte, per me, era collegata a questa voce quasi inumana e alle sua umile parola. E quello che era paradossale e strano era che questa voce stava lì, e non diceva niente. Una voce silenziosa. Una voce che parla rimanendo muta. In un certo senso è una voce che arriva dal silenzio e che diventa udibile a volte attraverso le parole degli altri, il narratore e i personaggi di un romanzo, per esempio, o quelli di una commedia.

Una parte della mia avversione per il teatro era indubbiamente collegata al fatto che il teatro mi appariva offrire solo cultura, non arte. Il teatro proponeva solo uno spazio per quello che era, ai miei occhi, solo un stanco evento culturale.

Nessuna voce, come quella di cui sto parlando, si faceva sentire. O almeno non mi è mai accaduto di udirla. … più spesso, quando andavo a teatro, trovavo solo un consenso culturale, chiacchiere oziose su soggetti che si trattavano già allo stesso modo sui giornali e alla televisione, o anche invenzioni formali in uno stile modernamente vuoto. Dovevo scappare il più in fretta possibile da questo asfittico consenso culturale che minacciava sottilmente di portarmi via tutto il coraggio di vivere.

Quindi ho sperimentato un teatro capace di abbracciare la distanza che separa la cultura dall'arte, e quando il teatro diventa arte, lo diventa davvero. Questa esperienza, io l'ho provata, attraversata. E quando accade, si incontra qualcosa, una particolare voce di silenzio mai incontrata prima. Una persona può realmente essere marchiata da una voce di silenzio, e la vita, dopo un incontro con questa voce, non potrà più essere come prima."

Jon Fosse

 


Foto di Diego Beltramo

 

Biografia dell'autore

Jon Fosse (1959), nato a Haugesund, sulla costa occidentale della Norvegia nel 1959, è considerato il maggiore scrittore scandinavo contemporaneo, ed è tra le rivelazioni della scena europea degli ultimi anni. Tra i molti premi segnaliamo il "Premio Ibsen" 1996 e il riconoscimento di miglior autore straniero del 2002 per "Theater Heute". Poeta, prosatore (con sette romanzi, tra cui spicca Melancholia dedicato al pittore ottocentesco Lars Hertervig, raccolte di racconti e saggi), poeta, autore di libri per bambini. Per il teatro ha scritto, tra gli altri: E non ci separeremo mai (1994), Il nome (1995), Qualcuno arriverà (1996), Un giorno d'estate (1999), Sogno d'autunno (1999), Inverno (2000), Variazioni sulla morte (2001), La ragazza sul sofà (2002). Il suo programma: "intensificare il rapporto tra la scena e lo spettatore, creare qualche cosa di sconvolgente utilizzando il minimo di mezzi." Le sue pièces sono state rappresentate in tutto il mondo (quest'anno sono 150 le rappresentazioni dei suoi testi) e messe in scena, tra gli altri, da Thomas Ostermeier, Luc Perceval e Claude Regy.

C'è una luce particolare che scorgiamo nelle opere di Fosse. Una luce molto particolare che ricorda quella dei pittori scandinavi, Munch su tutti. Una luce livida, come quella di un'eclissi di sole, che, nondimeno, fa apparire chiaramente i contorni dei personaggi e delle cose. Una contraddizione? Niente affatto, perché l'assenza di luce corrisponde ad un'altra assenza: il numero dei personaggi in scena non è mai elevato; due, tre, al più quattro persone insieme. La concentrazione aumenta, la percezione è più acuta perché si aggiunge un altro fenomeno: la dimensione del tempo. Il tempo sembra effettivamente rallentare nell'universo costruito da Fosse.
…Tutto questo fa vivere nelle pièces di Fosse degli istanti di grandi emozioni, dove l'autore raggiunge la meta che si è prefissa: "creare momenti in cui un angelo sta per passare in scena."

Terje Sinding

 


Foto di Diego Beltramo

 

RASSEGNA STAMPA

Esili incontri di cuori in inverno
Debutta con la regia di Valter Malosti un atto unico del norvegese Jon Fosse
E' il momento del teatro scandinavo: se una delle "scoperte" della scorsa stagione era stato il danese Peter Asmussen, se la piccola rivelazione di quest'anno è probabilmente l'islandese Hrafnhildur Hagalìn Gudmunsdottìr, il regista Valter Malosti - da sempre attento a quel che accade nel panorama internazionale - presenta ora Inverno del norvegese Jon Fosse: lo spettacolo ha debuttato al Festival di Asti, che tenta così di riproporsi come l'importante vetrina di novità che era stato negli anni Ottanta: e poco importa se gli autori affrontati allora per la prima volta in Italia fossero del calibro di Heiner Müller o Thomas Bernhard.
E' troppo scarno questo atto unico per farci capire se davvero siamo di fronte a uno scrittore di statura lontanamente paragonabile agli illustri precedenti. E nello stesso tempo, paradossalmente, verrebbe da dire che - pur nella sua livida asciuttezza nordica - esso non è a tal punto scarno nello stile o nel linguaggio da rappresentare una svolta o da colpirci con un qualche tipo di violenza. Da quanto visto, si può comunque affermare che gli accostamenti con le opere di Ibsen, che pure ci sono stati, appaiono francamente azzardati, così come il raffronto con Bergman suggerito dal regista.
Inverno rappresenta i due incontri, per vari aspetti speculari, di una coppia. Lei è una prostituta, forse una tossica, all'inizio si muove a scatti, si regge a malapena in piedi. Lui, un timido impiegato, cerca di sfuggirla. Lei su affanna a sostenere di essere "la sua donna", gli si struscia, lo segue in albergo. Nella scena successiva le parti si sono rovesciate: nella scena successiva le parti si sono rovesciate: lui la vuole, la cerca, si sforza goffamente di sedurla, lei è altera, distante, forse neppure lo ricorda. Lui afferma di aver lasciato in suo nome moglie e lavoro, le propone di partire insieme, lei vorrebbe scoraggiarlo, ma il potere di convincimento dell'uomo avrà forse la meglio.
L'esile trama, di per sè, parrebbe significare poco: la caratteristica del testo è più che altro nella sua atmosfera vaga, imprecisata, quasi ritagliata fuori da qualunque realtà concreta, e specialmente in quel dialogo minuziosamente sviluppato sul non detto, sull'insistita reticenza, come se parte delle parole fossero state cancellate per dare spazio a mormorii, pause, silenzi. Proprio il non detto, l'allusività, i vuoti verbali fanno presagire risvolti misteriosi o sorprendenti: invece poi - ed è in ciò che la pièce risulta deludente - tutta l'accurata costruzione non ha nulla da svelare, si risolve in quel finale un po' dolciastro.
Un letto, una panca, due armadi, una strana corazza sparpagliati sull'erba sono i soli, essenziali supporti dell'agile allestimento: a sostenere l'azione è soprattutto la penetrante prova degli interpreti, lo stesso Malosti, ironico e sottile nelle sue calcolate afasie, e Michela Cescon che, essendo senza dubbio la più dotata fra le giovani attrici italiane, non perde occasione di ribadirlo con ostentati sfoggi di talento.
(Renato Palazzi, "Il Sole 24 Ore", 6 luglio 2003)

Per rilanciarsi nel ruolo di apripista della nuova drammaturgia internazionale quest'anno Astiteatro si affida a Jon Fosse, quarantaquattrenne celebrato autore norvegese sulla cresta dell'onda tanto è vero che anche il Festival d'automne parigino propone, per questa edizione, un suo nuovo testo che s'inserisce - come Inverno, messo in scena dal Teatro di Dioniso - in quel filone di drammaturgia del disagio, del disincanto, della malattia, della solitudine, dell'emarginazione che nasce da una quotidianità raggelata, da un'attenzione da entomologo ai comportamenti dei personaggi. Grazie a queste caratteristiche, che lo hanno fatto definire, con qualche precipitazione, il nuovo Ibsen, Fosse ha tutto per affascinare un regista come Valter Malosti che si muove indifferentemente fra il grande teatro tragico di Pasolini e di Testori e un'inquietante modernità. E si adatta come una partitura comportamentale ai mezzi notevolissimi di Michela Cescon affiancata, in questo passo a due disperato e disincantato, dallo stesso Malosti. Ne nasce uno spettacolo di forte impatto visivo, costruito su situazioni che presentano un uomo e una donna quasi come dei casi clinici (in questo senso sì "ibseniani"), scandito come una partitura musicale in diversi movimenti che si snoda fra il chiuso di anonime camere d'albergo e deserti giardini urbani. Una zona d'ombra dove un timido e afasico impiegato vestito di nero e una giovane donna palesemente disadattata, forse prostituta e probabilmente tossica, attraverso un gioco della seduzione che prima vede lei come protagonista e poi lui, cercano di essere, malgrado tutta la violenza verbale degli insulti, un uomo e una donna, di guarirsi reciprocamente prima con l'attrazione dei corpi e poi con l'amore. Cosa sappiamo di loro in quel paesaggio urbano, illuminato dalle inquietanti luci di Francesco Dell'Elba, che Valter Malosti scandisce in tanti luoghi deputati all'azione - il letto, due armadi con specchi, una panchina, una corazza abbandonata per terra - sulla musica di Carlo Boccadoro? Semplicemente che lui è sposato, ha due figli e un lavoro che non ama (e la vita di fuori si annuncia spesso, prevaricante e inascoltata, con il trillo del telefono) e ha problemi comportamentali. Che lei è una giovane donna abituata a vivere ai margini, che subisce sotto i nostri occhi una metamorfosi ancor più inquietante di quanto non fosse il suo iniziale muoversi a scatti come un automa impazzito, pronta a darsi per sconfiggere la solitudine. Due casi estremi, emblematici. A legarli la voglia di rompere le barriere del silenzio dove il cambiamento di comportamento (e per lei anche di abito da e camicia bianca a un sobrio capotto nero), mano a mano che avanza l'azione, permette ai sentimenti di chiarificarsi nella loro estrema fragilità in un gioco delle emozioni fino a un impensabile lieto fine dove i due possono ritornare a essere, uno di fronte all'altro, un uomo e una donna. Dentro e fuori l'ombra e la luce la brava, inquietante Michela Cescon e Valter Malosti, che del suo uomo ci restituisce un ritratto in crescendo, ci offrono una prova interpretativa che dà spessore a un testo che deve essere valorizzato dagli interpreti. Un darsi e rifiutarsi che passa per la nudità provocatoria del corpo di lei, per l'impacciata timidezza di lui avviati verso una parvenza di felicità. Ma la vita è già dietro l'angolo, pronta a ghermirli con la sua durezza, la sua inquietante quotidianità.
(M. Grazia Gregori, 7 luglio 2003)

Corpo d'adolescente in un gioco al massacro
IMPRESSIONANTE. Il norvegese Jon Fosse è autore di una compulsiva, spudorata, ma anche amorevole danza di morte, un atto unico secco dal titolo Inverno, campionario di incomprensioni tra due amanti, un uomo sposato padre di due figli e una ragazza libera e sconciamente affettiva, e la bellezza insolita di questo spettacolo è nella nudità delle parole, dei silenzi, degli spazi che sono un parco pubblico squallido e una stanza-rifugio d'albergo, e nella nudità morale di lui e in quella alienata di lei. Toccante. il corpo a più riprese ostentato dalla donna (per tormento, complicità, civetteria) ha qui le fattezze sottili e scarne di una Michela Cescon divenuta magra fino all'impensabile, con ancora impresso su di sè il marchio dell'anoressia impostole dal nuovo film appena finito di Matteo Garrone. La messa in mostra di quel corpo è un'istanza di adolescenziale e vissuto calvario, è una rivolta della carne d'una Anais Nin anti-intellettuale. Ammutolente. Il gioco al massacro fra i due spinge lei a un precario equilibrio di gambe, a smorfie e moti fantasmatici e a un'oscillatoria fiducia nel rapporto, e induce lui a un malsicuro contatto col lavoro (che mollerà) e a un'ormai labile affinità con la moglie (che telefona e lo prega di non tornare a casa). Intrigante. Valter Malosti, calato anche nei panni dell'uomo laconico disposto alla deriva, ha reso i dialoghi (ben tradotti da Graziella Perin) opportunamente atonali e involgariti, eppure aleggia una pietà piena di ombre e luci che affascina, in questo spettacolo.

(Rodolfo Di Giammarco, "La Repubblica", 7 luglio 2003)

 

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