teatro di dioniso
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di Jon Fosse
DONNA Michela Cescon
uno spettacolo di Valter Malosti traduzione di Graziella Perin
musiche originali Carlo Boccadoro
una produzione
TEATRO DI DIONISO Premio
UBU per il miglior testo straniero messo in scena in Italia, 2004
"...domani
non potrò non venire qui. Io sono un sognatore; ho vissuto così
poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei
sogni: vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana,
per tutto l'anno..." Inverno
è la storia di un incontro. Ma… questo incontro è una coincidenza o
fa parte di un gioco che noi ignoriamo? Valter
Malosti
parla l'autore "Da subito, ho avvertito in letteratura questa voce che era là ma che, paradossalmente, non diceva niente di per sé stessa. Ciò che era strano era che, al di fuori della buona letteratura, salì questa voce che non era verbale, che non diceva niente di preciso, che era là, solo, come qualcosa che potrebbe anche essere udito, ma come una parola senza parole che arriva da molto lontano. E poi mi colpì che questa voce fosse collegata in maniera precisa allo scrivere. Ed ecco perché io la chiamo la voce dello scrivere. Perciò l'arte, per me, era collegata a questa voce quasi inumana e alle sua umile parola. E quello che era paradossale e strano era che questa voce stava lì, e non diceva niente. Una voce silenziosa. Una voce che parla rimanendo muta. In un certo senso è una voce che arriva dal silenzio e che diventa udibile a volte attraverso le parole degli altri, il narratore e i personaggi di un romanzo, per esempio, o quelli di una commedia. Una parte della mia avversione per il teatro era indubbiamente collegata al fatto che il teatro mi appariva offrire solo cultura, non arte. Il teatro proponeva solo uno spazio per quello che era, ai miei occhi, solo un stanco evento culturale. Nessuna voce, come quella di cui sto parlando, si faceva sentire. O almeno non mi è mai accaduto di udirla. … più spesso, quando andavo a teatro, trovavo solo un consenso culturale, chiacchiere oziose su soggetti che si trattavano già allo stesso modo sui giornali e alla televisione, o anche invenzioni formali in uno stile modernamente vuoto. Dovevo scappare il più in fretta possibile da questo asfittico consenso culturale che minacciava sottilmente di portarmi via tutto il coraggio di vivere. Quindi ho sperimentato un teatro capace di abbracciare la distanza che separa la cultura dall'arte, e quando il teatro diventa arte, lo diventa davvero. Questa esperienza, io l'ho provata, attraversata. E quando accade, si incontra qualcosa, una particolare voce di silenzio mai incontrata prima. Una persona può realmente essere marchiata da una voce di silenzio, e la vita, dopo un incontro con questa voce, non potrà più essere come prima." Jon
Fosse
Biografia dell'autore Jon Fosse (1959), nato a Haugesund, sulla costa occidentale della Norvegia nel 1959, è considerato il maggiore scrittore scandinavo contemporaneo, ed è tra le rivelazioni della scena europea degli ultimi anni. Tra i molti premi segnaliamo il "Premio Ibsen" 1996 e il riconoscimento di miglior autore straniero del 2002 per "Theater Heute". Poeta, prosatore (con sette romanzi, tra cui spicca Melancholia dedicato al pittore ottocentesco Lars Hertervig, raccolte di racconti e saggi), poeta, autore di libri per bambini. Per il teatro ha scritto, tra gli altri: E non ci separeremo mai (1994), Il nome (1995), Qualcuno arriverà (1996), Un giorno d'estate (1999), Sogno d'autunno (1999), Inverno (2000), Variazioni sulla morte (2001), La ragazza sul sofà (2002). Il suo programma: "intensificare il rapporto tra la scena e lo spettatore, creare qualche cosa di sconvolgente utilizzando il minimo di mezzi." Le sue pièces sono state rappresentate in tutto il mondo (quest'anno sono 150 le rappresentazioni dei suoi testi) e messe in scena, tra gli altri, da Thomas Ostermeier, Luc Perceval e Claude Regy. C'è
una luce particolare che scorgiamo nelle opere di Fosse. Una luce molto
particolare che ricorda quella dei pittori scandinavi, Munch su tutti.
Una luce livida, come quella di un'eclissi di sole, che, nondimeno,
fa apparire chiaramente i contorni dei personaggi e delle cose. Una
contraddizione? Niente affatto, perché l'assenza di luce corrisponde
ad un'altra assenza: il numero dei personaggi in scena non è mai elevato;
due, tre, al più quattro persone insieme. La concentrazione aumenta,
la percezione è più acuta perché si aggiunge un altro fenomeno: la dimensione
del tempo. Il tempo sembra effettivamente rallentare nell'universo costruito
da Fosse. Terje
Sinding
RASSEGNA STAMPA Esili incontri di cuori in inverno Per
rilanciarsi nel ruolo di apripista della nuova drammaturgia internazionale
quest'anno Astiteatro si affida a Jon Fosse, quarantaquattrenne celebrato
autore norvegese sulla cresta dell'onda tanto è vero che anche il Festival
d'automne parigino propone, per questa edizione, un suo nuovo testo
che s'inserisce - come Inverno, messo in scena dal Teatro di Dioniso
- in quel filone di drammaturgia del disagio, del disincanto, della
malattia, della solitudine, dell'emarginazione che nasce da una quotidianità
raggelata, da un'attenzione da entomologo ai comportamenti dei personaggi.
Grazie a queste caratteristiche, che lo hanno fatto definire, con qualche
precipitazione, il nuovo Ibsen, Fosse ha tutto per affascinare un regista
come Valter Malosti che si muove indifferentemente fra il grande teatro
tragico di Pasolini e di Testori e un'inquietante modernità. E si adatta
come una partitura comportamentale ai mezzi notevolissimi di Michela
Cescon affiancata, in questo passo a due disperato e disincantato, dallo
stesso Malosti. Ne nasce uno spettacolo di forte impatto visivo, costruito
su situazioni che presentano un uomo e una donna quasi come dei casi
clinici (in questo senso sì "ibseniani"), scandito come una partitura
musicale in diversi movimenti che si snoda fra il chiuso di anonime
camere d'albergo e deserti giardini urbani. Una zona d'ombra dove un
timido e afasico impiegato vestito di nero e una giovane donna palesemente
disadattata, forse prostituta e probabilmente tossica, attraverso un
gioco della seduzione che prima vede lei come protagonista e poi lui,
cercano di essere, malgrado tutta la violenza verbale degli insulti,
un uomo e una donna, di guarirsi reciprocamente prima con l'attrazione
dei corpi e poi con l'amore. Cosa sappiamo di loro in quel paesaggio
urbano, illuminato dalle inquietanti luci di Francesco Dell'Elba, che
Valter Malosti scandisce in tanti luoghi deputati all'azione - il letto,
due armadi con specchi, una panchina, una corazza abbandonata per terra
- sulla musica di Carlo Boccadoro? Semplicemente che lui è sposato,
ha due figli e un lavoro che non ama (e la vita di fuori si annuncia
spesso, prevaricante e inascoltata, con il trillo del telefono) e ha
problemi comportamentali. Che lei è una giovane donna abituata a vivere
ai margini, che subisce sotto i nostri occhi una metamorfosi ancor più
inquietante di quanto non fosse il suo iniziale muoversi a scatti come
un automa impazzito, pronta a darsi per sconfiggere la solitudine. Due
casi estremi, emblematici. A legarli la voglia di rompere le barriere
del silenzio dove il cambiamento di comportamento (e per lei anche di
abito da e camicia bianca a un sobrio capotto nero), mano a mano che
avanza l'azione, permette ai sentimenti di chiarificarsi nella loro
estrema fragilità in un gioco delle emozioni fino a un impensabile lieto
fine dove i due possono ritornare a essere, uno di fronte all'altro,
un uomo e una donna. Dentro e fuori l'ombra e la luce la brava, inquietante
Michela Cescon e Valter Malosti, che del suo uomo ci restituisce un
ritratto in crescendo, ci offrono una prova interpretativa che dà spessore
a un testo che deve essere valorizzato dagli interpreti. Un darsi e
rifiutarsi che passa per la nudità provocatoria del corpo di lei, per
l'impacciata timidezza di lui avviati verso una parvenza di felicità.
Ma la vita è già dietro l'angolo, pronta a ghermirli con la sua durezza,
la sua inquietante quotidianità. Corpo
d'adolescente in un gioco al massacro |
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