teatro di dioniso




GIULIETTA

di Federico Fellini
adattamento di Vitaliano Trevisan

(dal racconto "Giulietta" di Federico Fellini - ed. il Melangolo)


foto di Tommaso Le Pera


uno spettacolo di Valter Malosti

con Michela Cescon

scene Paolo Baroni
luci Francesco Dell'Elba
costumi Patrizia Tirino
marionette Gianni Busso
musiche originali Giovanni D'Aquila

responsabile tecnico Gennaro Cerlino
organizzazione Federico Alossa, Elisa Bottero
ufficio stampa Lucia Angelici
consulenza organizzativa Paolo Ambrosino

musiche di Nino Rota e Fatboy Slim

foto di scena Tommaso Le Pera
supporti tecnici Colas

una produzione TEATRO DI DIONISO
in collaborazione con PICCOLO REGIO DI TORINO
Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare

un progetto
RESIDENZA MULTIDISCIPLINARE DI IVREA E DEL CANAVESE

si ringrazia il
Teatro Petrella di Longiano

spettacolo realizzato con il contributo di
Regione Piemonte Assessorato alla Cultura - Comune di Torino Assessorato alla Cultura -
Ministero per i Beni e le Attività Culturali Dipartimento dello spettacolo dal vivo

Premio Hystrio per la regia, 2004 a Valter Malosti
Premio della critica teatrale, 2003-2004 e Premio UBU migliore attrice, 2004 a Michela Cescon

 


foto di Tommaso Le Pera

 

"…La donna è meravigliosa. La donna è l'universo. Forse questa è una concezione tantrica. La donna è la parte altrui dell'uomo, ma gli è superiore perché essa nasce adulta, antica…"
Fellini intervistato da Toni Maraini, in iMAGO appunti di un visionario, Semar, Roma 1994

Giulietta è una struggente favola psicanalitica, una favola contemporanea dai toni mozartiani sull'identità frammentata, sull'anima, raccontata con un tono vagamente infantile ed inquietante, una moderna Alice attraverso lo specchio, specchio con il quale si apre e si chiude lo spettacolo e il racconto felliniano. Ma Giulietta è anche una lunga e irridente seduta spiritica descritta da chi ci crede, anche, almeno un poco; eco delle frequentazioni di maghi, veggenti e spiritisti scovati da Fellini in quegli anni un po' in tutta l'Italia. E oltre alla parapsicologia, evidente in questo testo di Fellini è la sua vicinanza alla psicanalisi: un modo di convivere con i propri fantasmi che Fellini, dopo averlo maturato alla scuola junghiana di Ernest Bernhard, non abbandonò più.

Un circo, una pista da circo, in cui immagino Giulietta in qualche modo inchiodata, come una farfalla raccolta da un entomologo e lì depositata. E intorno tutti i suoi fantasmi, gli spiriti, evocati dalla presenza di nude marionette e da una fittissima partitura di suono.
Un lavoro intimo, interiore.

Valter Malosti

 


Sto adattando un testo di Fellini, Giulietta. Perché non lo fai tu? Ecco, é questo il vero inizio: Valter Malosti che rivolge all'autore una semplice domanda: Perché non lo fai tu? I pensieri precedenti vengono ora. Eppure, c'era qualcosa, un legame esterno: in fondo, avevo conosciuto il regista Malosti attraverso il cinema, avendo lavorato con Michela Cescon proprio a un film [Primo amore, di Matteo Garrone], e ora, il cinema mi ritornava attraverso un uomo di teatro. Doveva esserci per forza qualcosa.
Il testo: Giulietta é l'unica opera narrativa di una certa consistenza pubblicata da Fellini, un'opera di cui lui stesso suggerì la stampa, in lingua tedesca, per l'editore svizzero Diogenes. Si tratta, ed é lecito crederlo anche alla luce delle parole di Fellini, della prima idea-soggetto di Giulietta degli Spiriti, un trattamento, tanto per usare un termine tecnico, ovvero la fase intermedia tra il soggetto e la sceneggiatura. Non si trattava dunque di lavorare su un prodotto finito, il film, ma su un semi-lavorato, il trattamento; e anzi, dal confronto con il film, che Fellini stesso riteneva non completamente riuscito, e con la sceneggiatura, il trattamento risulta vincente, più ricco, con una sua spiccata autonomia. Non solo, ben altre sono le suggestioni che questo testo contiene, le analogie che da esso scaturiscono. Giulietta e Giorni felici, per esempio, come mi ha suggerito Valter Malosti: tutte e due, Giulietta e Winnie, molto borghesi; lo specchio; le atmosfere simili; la solitudine, l'uomo presente nella sua assenza, il fuoco; e tutte e due le opere sono dei primi anni sessanta. E poi la vita, che entra sempre nelle opere, in questo caso la vita di Fellini, che, per la moglie Giulietta, crea un personaggio di nome Giulietta, con tutto ciò che ne consegue. Del resto, anche questo sembra inserirsi più in una tradizione letterario-teatrale che cinematografica (l'autore pensa qui al già evocato Beckett, a Strindberg, a Pirandello, a Dannunzio, e rispettive signore; tutti testi piuttosto scomodi, da recitare ancor più che da scrivere - ma é un'opinione personale).
Sinossi: Giulietta é il resoconto, narrato in prima persona, della presa di coscienza di una donna. Giulietta é sposata, e, dopo diversi anni di matrimonio, é ancora perdutamente innamorata del marito. Per lei la vita scorre tranquilla, senza troppe preoccupazioni, fino a quando, in modo del tutto casuale, non viene a scoprire che il marito la tradisce. I'indagine sul tradimento del marito diventa un percorso interiore, popolato di spiriti, che porterà Giulietta a ritrovare quella parte di sé che lei stessa aveva tradito.
Lo spettacolo: interrata, é così che immaginiamo la povera Giulietta, proprio come Winnie; ma non in un'informe massa di rifiuti, no, nella pista di un circo piuttosto, fuori solo col busto; intorno a lei delle marionette-spiriti; sentiremo anche molte voci: quella di Casanova, di Iris e di tutti gli altri spiriti; e la voce di Michela Cescon, che interpreterà Giulietta. Cerchiamo di immaginare anche quella, anche se sappiamo che é difficile dato che, una volta in scena, essa finisce sempre per sorprenderci.

Vitaliano Trevisan


foto di Tommaso Le Pera

 

RASSEGNA STAMPA

GIULIETTA È UNO SPIRITO BUFFO CHE RICORDA I SUOI "GIORNI FELICI"
LA CESCON E LE SUE SNODATURE DA MARIONETTA NELL'APPLAUDITO SPETTACOLO DI MALOSTI
E bravo Malosti. Questo suo portare in scena "Giulietta (degli spiriti)" poteva essere una drittata, un modo di approfittare del decennale della morte di Giulietta Masina e della ininterrotta nostalgia per Federico Fellini, per insinuarsi "en voleur" nelle suggestioni di uno dei loro film più noti, più amati, più simbolici. Invece non è così. Lontano da ogni tentazione parassitaria, Malosti ha messo in scena questo frammento onirico e magico con lo stupore e la minuziosità indagatrice di chi, aperta una porta, si trovi dinanzi a un paesaggio sconosciuto. Lavorando sul trattamento di "Giulietta", ossia sullo scritto narrativo che precede la sceneggiatura del film, Malosti e il suo ottimo adattatore Vitaliano Trevisan hanno dato vita a un mondo originale che, se proprio ha dei debiti, li ha, chiarissimi e quasi gridati, nei confronti di Beckett e di Kleist: il Beckett di "Giorni felici" e il Kleist che affida alle marionette il compito di sublimare l'interiorità umana.
Direte: che c'entra Beckett con Fellini? A parte il comune amore per il circo, niente. Però considerare Giulietta come Winnie, interrata fino alla cintola ma libera di parlare e sproloquiare, è un'ipotesi più che plausibile. Indica una costrizione della fisicità a tutto vantaggio dell'iper attività mentale. E difatti Giulietta, più che vivere, ricorda, fantastica, sogna, immagina. È un folletto quasi immateriale preoccupato del diavolo nascosto nello specchio, affascinato dalle ombre richiamate dalle sedute spiritiche, legato alla memoria del nonno seduttore e mangiapreti, intimorito dal padre fascistone, rapito dalle visioni mistiche delle sante sulla graticola, eccetera. Sennonché Giulietta è sposata. Il che implica, o implicherebbe un rapporto concreto con la realtà, specie se il marito ha una relazione con un'altra donna, molto più bella e sensuale del clown mite che aspetta a casa.Ma i due mondi sono inconciliabili. Giulietta lo capisce e apre il gas. Finalmente è libera. Libera di volarsene col nonno su una mongolfiera. Addio.
Questa creatura immaginosa e buffa, capace di crearsi un'infinità di vite complementari vissute con Casanova, con ammirate puttane, con mistiche inarrivabili, ha i tratti, i toni, le snodature marionettistiche di Michela Cescon, raramente così brava. Guardata da un coro immobile di marionette, l'attrice emerge col busto bendato da un cono che, con le sue trasparenze, sa trasformarsi in mappa della fantasia, della memoria, dell'inconscio. Ridotta nella parte visibile più a pupazzone clownesco che a donna, la Cescon "diventa" Giulietta, si consegna ai suoi spiriti come vivendo in un gioco infantile, col vocino tintinnante, con la rigidità burattinesca, proiettandosi nel fantastico assoluto dove neppure i dolori sembrano veri. Al Piccolo Regio, dove lo spettacolo ha debuttato prima della tournèe nell'Italia del Nord, un successo ecumenico, meritato, magnifico.

Osvaldo Guerrieri, "La Stampa", 29 marzo 2004

A BECKETT E FELLINI CON UN CLOWNESCO MONOLOGO
Acuto omaggio alla poetica felliniana di Giulietta degli spiriti e all'astrazione umanissima della Masina, l'odierno spettacolo di Valter Malosti Giulietta evoca d'intuito assonanze con la Winnie di Giorni felici di Beckett nel rifarsi al racconto-monologo di Fellini che fu il trattamento d'una sceneggiatura poi più macchinosa, e realizza un exploit di rara bellezza e captante senso facendo leva su un'ora e mezza di a solo d'una eccezionale Michela Cescon cui Vitaliano Trevisan, già con lei nel film di Garrone Primo amore, ha fornito un adattamento di incisivi ritmi. A proferire l'infantile, psicanalitica e poi cosciente partitura (qualche taglio, e poche parole in più, vedi il concetto "piacere a se stessi") d'una signora che rivede le sue idee dopo la scoperta del tradimento del marito, è una gioviale e un po' clownesca chiacchierona ancorata dall'inizio alla fine a un'enorme gonna, sorta di chapiteau-monticello, posizione che fa scorgere di lei solo il busto con relativo corsetto in tono con la calotta. Nella scena di baroni la attorniano, come spiriti, le metafisiche marionette di Busso, e le musiche di Nino Rota cui s'alternano i motivi originali di D'Aquila. Pensate entrambe negli anni '60, tutte e due borghesi, Giulietta e Winnie si fondono straordinariamente nell'arte delle acrobazie da fermi per quisquilie di gioventù, sedute medianiche, estasi sante e abbandoni profani culminanti in emancipazioni aeree. E la gonna si dilata a mongolfiera. E Michela Cescon è una lezione di luce e di voce nella terra desolata delle culture senza emozioni.

Rodolfo Di Giammarco, "La Repubblica", 29 marzo 2004



FELLINI DIVENTA BECKETTIANO
Dottissima attrice di teatro trionfalmente "scoperta" dal cinema, Michela Cescon ribadisce il proprio prepotente istinto teatrale attraverso un omaggio trasversale alla memoria cinematografica, nel segno di Federico Fellini e soprattutto di Giulietta Masina, celebrata per quello che fin dal titolo resta probabilmente il suo exploit più personale: il testo presentato al Piccolo Regio di Torino, adattato per la scena da Vitaliano Trevisan - che con la Cescon ha recitato in Primo amore - si rifà al racconto di Fellini da cui nacque il "trattamento" di Giulietta degli spiriti, e che l'autore stesso scrisse in chiave di monologo. Sfrondata dell'esuberante immaginario felliniano, di cui il film fu un'espressione tra le più sfrenate - la prima, giova ricordarlo, che il regista concepì a colori - la trama di Giulietta si riduce al delirio autobiografico di una donna un po' oppressa dalla figura autoritaria paterna, maniaca di sedute spiritiche e assiduamente visitata da una folla di fantasmi personali: quando la scoperta del tradimento del marito le risveglia antichi sensi di colpa e ataviche visioni del peccato, saranno proprio queste ossessive apparizioni a guidarla in un allucinato viaggio interiore, al termine del quale troverà una sua forma di liberazione. Per Valter Malosti la scelta di affrontare una simile proposta dev'essere stata tutt'uno con l'intuizione dell'immagine portante che ne diventa l'elemento decisivo: l'allestimento parte infatti da un'idea drammaturgia - Giulietta quale parente stretta di Winnie di Giorni felici - che si traduce di per sé in ingegnosa invenzione scenografica, la creazione di un estroso personaggio-costume, un'esile presenza femminile che spunta da un'enorme gonna, insieme montagnola beckettiana e chapiteau di un circo rovesciato, ma pronta anche trasformarsi nella mongolfiera su cui lei sogna infine di librarsi al di sopra dei propri turbamenti. Con questo raffinatissimo apparato metaforico la Cescon si misura, si confronta, si batte: sposta l'ampia propaggine di tela verso l'alto o verso il basso, la illumina suggestivamente dall'interno, muove alcune delle belle marionette che incarnano gli invisibili spiriti con cui dialoga. Ma quella lieve figuretta dal rigido corsetto e dalla bianca calottina neutra - un po' clown e un po' bambina - lavora soprattutto su una ferrea partitura interpretativa, scandita dalle musiche di Nino Rota e dai motivi originali di Giovanni D'Aquila, lesta a moltiplicarsi in tante voci diverse, passando da stupori infantili a sinistri sussurri spettrali.

Renato Palazzi, "Il Sole 24 Ore", 28 marzo 2004

 

GIULIETTA TRA FELLINI E BECKETT
MICHELA CESCON ESALTA LA SOGNANTE CREATURA DI FEDERICO
Infissa fino alla vita nella forma aerea e bianca della sua memoria, una donna, attorniata da nude marionette, gli spettri che popolano la sua anima semplice, in un lungo monologo interiore, nato dall'adattamento di Vitaliano Trevisan del racconto di Federico Fellini Giulietta, ricorda: ricorda per no vivere più una vita senza sentirsi viva. Con l'idea portante di unire la Giulietta felliniana alla Winnie beckettiana imprigionata nella montagna di sabbia dei suoi giorni, il regista Valter Malosti guida con eleganza formale la struggente Michela Cescon nel cuore di un personaggio fragile e smarrito. Con bravura e rigore l'attrice tratteggia la storia di un'anima offesa che la verità del tradimento del marito cerca di strappare al rapporto sfumato, sognato, infantile che ha con la realtà. Un po' donna, un po' bimba, un po' clown Giulietta fa rivivere i personaggi veri o sognati, che sono in lei in una partitura di emozioni, di visioni, di allucinazioni, di illusioni, alla ricerca di ricomporre un "io" che è sempre più diviso. Un viaggio tra l'onirico e lo psicanalitico, un viaggio, che Michela Cescon segna con momenti di candido stupore e di rabbie infantili, di lucida ironia e di disperata solitudine. Un viaggio di una donna che si perde in se stessa alla ricerca di se stessa.

Magda Poli, "Corriere della Sera", 21 aprile 2004

 

E MICHELA HA GLI SPIRITI DI GIULIETTA
Ancora il cinema che si fa teatro. La favola psicanalitica all'italiana di Fellini "Giulietta degli spiriti" diventa monologo; i fantasmi del film tra spiritismo, eros e circo borghese sono ora la confessione di una donna che si racconta, come la Winnie di "Giorni felici": ma guardandosi nello specchio non sprofonda nel nulla, come in Beckett, ripiega nella disillusa indifferenza impostale dalla famiglia e dalla società. Dura 90 minuti il viaggio interiore di Giulietta, farfalla notturna, asessuata, ancora bambina nell'abito a campana che s'apre come la tenda di un circo fra marionette che oscillano su trapezi. E ha la voce, le movenze, gli abbandoni e gli scarti - tagliate da "neri", contrappuntati dalle musiche di Rota - di Michela Cescon, struggente clown al femminile ma anche creatura antica e, nel cuore, superiore all'uomo, come diceva Fellini. La Cescon è già una primadonna, vederla per credere. [...]

Ugo Ronfani, "Il Giorno", 22 aprile 2004

 

MICHELA CESCON, UNA GIULETTA CHE NON DIMENTICHEREMO
Ma chi è quello spirito leggero, quell'Ariel shakespeariano, quel Pierrot che guarda verso la luna, pronto a spiccare il volo verso l'infinito? Chi è quella ragazza diafana, quella Winnie beckettiana, un po' metafisica che spunta ora con tutto il busto ora solo con le spalle dal delicato, candido chapiteau da circo che la tiene legata per mille fili alla terra? È lei, Michela Cescon, formidabile talento della nostra scena così avara di scoperte, ritornata al teatro dopo un'incursione nel cinema con Primo amore di Matteo Garrone che le ha procurato la nomination come attrice protagonista ai David di Donatello: non l'ha vinto, ma se lo sarebbe meritato. Al Teatro Franco Parenti di Milano, inchiodata, immersa nella nuvola bianca di un giardino dei ciliegi che non c'è, di un paracadute disceso dal cielo, della volta di un paradisiaco circo, per un'ora e mezzo, circondata da spettatori prima stupiti poi affascinati e conquistati, sta lì, sola, per compagnia le musiche di Giovanni D'Aquila, le voci della strada e della vita registrate, per raccontarci la favola amara - una sorta di iniziazione alla vita adulta - di una donna rimasta a lungo bambina, risvegliata dai suoi sogni infantili dal tradimento del suo amatissimo marito, che si è scoperto parlando in sogno. Parliamo di Giulietta poi diventata Giulietta degli spiriti in un film famoso con Giulietta Masina, unico e bellissimo racconto scritto da Federico Fellini. Ed è incredibile la forza, l'autorità, con cui questa giovane attrice riempie di sé tutto lo spazio mentre parla e parla, un po' Giovanna d'Arco che sente le voci, un po' don Chisciotte in gonnella contro i mulini a vento della sua angoscia. Con una calottina candida che le nasconde i capelli, il bel volto con due pomelli rosso accesi da clown, circondata da marionette di legno che volteggiano come acrobati, che l'assediano da ogni parte, fantasmi dei suoi desideri, vestigia della sua infanzia, specchio misterioso nel quale riflettere la propria angoscia, Giulietta-Michela incontra Valentina e Bisma, il ricordo del nonno scappato con una ballerina, la ragazza di vita, la pittrice che va alla ricerca di Dio, il marito traditore e annoiato, l'amante di lui e tutta quella fauna fatua che si muove attorno a lei con una transumanza senza senso. Conta poco chiedersi se l'onirico, inquietante e un po' crudele racconto felliniano, adattato per la scena da Vitaliano Trevisan (lo scrittore compagno della Cescon nel film di Garrone), debba poco o molto alla psicoanalisi, al gusto per l'occulto che affascinò il suo autore. Giulietta è una veggente del cuore, innanzi tutto, ed è al nostro cuore che vuole parlare facendo le voci, assumendo l'identità, tutta mentale, delle persone che ha l'avventura di incontrare. È un grumo di dolore e di tenerezza, di svagata fuga dalla realtà, di viaggio nel mondo misterioso dei sogni dove gli spiriti sono molto più buoni e indulgenti delle persone della vita vera. Guidata con poetica misura dalla bella regia di Valter Malosti, che le costruisce attorno una rete fittissima di rimandi e di segni, Michela Cescon ci riscalda il cuore anche grazie alla leggerezza della sua presenza, che nasce da un durissimo lavoro sul corpo e sulla voce. Una magnifica prova d'attrice, uno spettacolo forte e dolce, da non perdere.

Maria Grazia Gregori, "l'Unità", 19 aprile 2004

 

IL TEATRO RENDE MAGICA LA GIULIETTA DI FELLINI
Un clown, o forse un angelo, inchiodato alla pista di un piccolo circo, sotto un telone da cui fuoriesce il busto non tanto come corpo individuale, bensì come anima prigioniera, o ridda di anime. Tutt'intorno, i pupazzi-macchina della mitologia felliniana, gli artifici capaci, per magia, di acquistare a loro volta un'anima. È questa la scena in cui si apprende Giulietta, l'ultimo magnifico spettacolo di Valter Malosti e Michela Cescon (che torna al teatro dopo il successo del film Primo amore), tratto dal soggetto che Federico Fellini scrisse, volgendolo curiosamente in prima persona, prima della sceneggiatura della sua Giulietta degli spiriti. La storia è semplice. Una donna, Giulietta, apprende dalle parole pronunciate nel sonno dal marito, che questi la tradisce con una certa Gabriella. E anche se l'accertamento dei fatti ha un suo, sia pur minimale, sviluppo, la vera storia ha luogo all'interno di Giulietta (fino alla sua quasi-dissoluzione) e a ritroso nel tempo, non soltanto nel proprio tempo, bensì anche in quello mitologico, rappresentato da un nonno-totem, pecora nera della casa ma felice porta verso il mondo degli spiriti. Qui il teatro prende la sua rivincita sul cinema, giungendo dove quello non può. Non più vincolato dalle unità fisiche o aristoteliche o psicologiche che quagliano nella parola io, il sembiante che fuoriesce, nel suo vano slancio, dal telone ci appare come una sorta di Winnie di Happy Days (il capolavoro di Beckett porta la stessa data, il 1965, del film felliniano). La suggestione beckettiana è la chiave visionaria dello spettacolo. Al corpo, presente a metà, non corrisponde più una voce unitaria. Incapace di recuperarsi per intero nel tempo e nella memoria (e il tradimento è il segno esteriore, biografico di tale rottura), la personalità subisce un'accelerazione centrifuga. Michela Cescon, aiutata da un sapiente gioco di luci, cambia continuamente volto, tono ed età, come se diversi personaggi affiorassero in lei. I vivi e i morti, il reale e l'immaginario diventano le figure alla pari di un'unica commedia umana e superumana, dove - anzi - sono le figure dell'immaginario a prevalere in umanità, dal nonno-totem a Giacomo Casanova, come soccorso spirituale, alla bella Iris, maestra in arti erotiche. La pluralità, vero perno dello spettacolo a dispetto dell'unico attore in scena, è sottolineata dalla regia, che si avvale di un apparato sonoro eccellente per accentuare l'aspetto magico, sciamanico del testo. Le voci si moltiplicano e confondono, come le apparizioni. Le stesse marionette dei personaggi felliniani sono come realtà d'arte cui sia stata tolta la vita, perché la vita è migrata altrove, e solo ogni tanto fa ritorno. Alla fine dello spettacolo, però, quando si consumano le ultime parole di Giulietta allo specchio, che tra le braccia della morte si scopre finalmente bella, noi comprendiamo come tutta quella fuga altro non fosse che l'immagine di una nostalgia: la nostalgia pungente per l'unicità della persona, della sua sacra inviolabilità. La felice tensione tra Michela Cescon, attrice purissima (nella quale l'artista combatte vittoriosamente con la diva) e Valter Malosti - regista ma soprattutto installazionista, artista visivo perché visionario e traduttore di ogni astrattezza in pura visione - determina la forza dello spettacolo e la sua lucidità.

Luca Doninelli, "Avvenire", 17 aprile 2004

 


foto di Tommaso Le Pera

 


foto di Tommaso Le Pera





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