TEATRO DI DIONISO / FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI /
RESIDENZA MULTIDISCIPLINARE DI ASTI
NIETZSCHE ECCE HOMO
un progetto di
Valter Malosti
in collaborazione con
Michela Lucenti e Marzia Migliora
in scena Valter Malosti e Michela Lucenti
con Massimo d'Amore e Francesco Gabrielli
e la partecipazione di Margherita De Virgilio Malosti
direzione tecnica e luci Francesco Dell'Elba
suono G.U.P.
coreografie Michela Lucenti
scene Marzia Migliora
costumi Daniela Cavallo
direzione, drammaturgia e scelte musicali Valter Malosti
realizzazione disegno anatomico Radu Rata Constantin
collaborazione tecnica Matteo Lainati
organizzazione Federico Alossa Paolo Ambrosino
amministrazione Fiammetta Demurtas
supporti tecnici Colas
Opere di Nietzsche nelle edizioni Adelphi
Ecce Homo versione di Roberto Calasso
musiche di
Aphex Twin, Fabio Barovero, Georges Bizet, Uri Caine, Luigi Ceccarelli, Paco De Lucia,
Depeche Mode, Gustav Mahler, Matmos, Friedrich Nietzsche, Richard Wagner
si ringraziano
Pinacoteca dell'Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino,
Daria Dibitonto, Marco Vozza, Teatro Stabile di Torino
una produzione
Teatro di Dioniso/Festival delle Colline Torinesi/
Residenza Multidisciplinare di Asti
con il sostegno di
Fondazione Torino Capitale Mondiale del Libro con Roma

foto di Diego Beltramo
NIETZSCHE ECCE HOMO
di Valter Malosti
Carnet di note
“Bisogna considerare i nostri pensieri come gesti”
F. Nietzsche, frammenti postumi, autunno 1880
Nell’autunno del 1888, nelle febbrili settimane che precedettero l’«euforia di Torino» e il successivo, definitivo silenzio, vennero scritte queste pagine che rimangono una delle vette stilistiche di Nietzsche e insieme un tentativo senza precedenti (e senza conseguenti) di capire se stessi non già sciogliendo gli enigmi, ma moltiplicandoli. Non è solo una vita, ma un’opera e una forma, in una parola: la singolarità di Nietzsche che qui viene illuminata in una sorta di messa in scena totale, dove i due poli di Nietzsche - l’uomo dionisiaco e il commediante – in un attimo abbagliante vengono a coincidere per rivelarci «come si diventa ciò che si è».
Roberto Calasso, Monologo fatale, Milano, 1965
«Dopo che mi hai scoperto, trovarmi non era più un granchè; ma ora viene il difficile: tornarmi a smarrire» scrive Nietzsche a Georges Brandes nel gennaio nel 1889.
Perdersi, smarrirsi. Ci sono momenti del mio lavoro in cui questo è necessario, vitale. Perdere le certezze, abbandonare le abitudini, rischiare: «Utilizzare le passioni come il vapore per le macchine. Superamento di se stessi» (frammento del 1884).
Io non sono un filosofo, tantomeno so qual è lo stato dell’arte in filosofia in questo momento. Credo però che tutte le discipline che interrogano e si interrogano sull’uomo abbiano in comune un sentire, un respirare, un “fiutare” come direbbe Nietzsche, l’aria, le vibrazioni del proprio tempo. Quello che abbiamo cercato di fare con N. Ecce Homo è un lavoro sulla percezione “sottile”, le parole di N. non vanno gridate, devono cadere “goccia su goccia con tenera lentezza”. Se ai nostri, pochi, ospiti/convitati esse parleranno ancora, sembreranno vive e possibili, allora “il tempo” come dice Emerson, “non sarà più.”
Gli ospiti saranno fatti accomodare ai due lati di un lungo tavolo, incontreranno Nietzsche e le sue visioni/ombre: Dioniso e il Crocifisso, la sorella Elisabeth, la Madre, il Padre, Isotta, Carmen, Arianna.
Il tavolo avrebbe dovuto essere un tavolo di ghiaccio, un tavolo mare, un tavolo di fuoco, un tavolo specchio, un tavolo d’erba, ma poi c’è stata l’intuizione giusta, all’inizio solo le parole: pelle e ossa (interno ed esterno). Abbiamo costruito l’installazione/spettacolo su quelle parole diventati luoghi, stanze legate al corpo. La stanza della pelle dove domina il tavolo, e la stanza delle ossa, un luogo/caverna più interno, più madre, dove la madre cucendo riannoda tutti i fili della/delle memorie.
Materia-memoria composta da una struttura fittissima di suono, di corpi in danza, da installazioni di luce da cui si sviluppano i “movimenti” che abitano le due stanze: Sui ghiacci eterni, Il problema della razza, Nella notte stellata Nietzsche gravido, Carmen (sottotitolo: “incontestabilmente finché sulla terra ci saranno filosofi, sussiste una particolare irritazione e ostilità filosofica contro la sensualità”), Colazione con Cristo, (per una corretta alimentazione), Rapsodia di Torino, Il tavolo è una tomba su cui diluvia, Isotta, Come si diventa ciò che si è, Il sì alla vita, Dioniso contro il Crocifisso, Cuciture.
Sappiamo che negli ultimi giorni del suo soggiorno a Torino Nietzsche danzava nudo nella sua stanza suonando musiche “inaudite” sul pianoforte, tentando forse un salto nell’abisso del mito, incarnandosi nel suo ultimo progetto di scrittura/vita “Dioniso Zagreo arriva al fiume Po”, distrutto, con ogni probabilità, dalla sorella del filosofo.
Abbiamo tentato di “restituire” quel suo corpo ingombrante, a volte “goffo”, sofferente, immergendo tutto in una forza sottile, rarefatta. Una danza sull’abisso fatta di passioni e di una tensione verso la morte, in cui il cuore sta attaccato alla vita come una goccia al vetro della finestra.
Nietzsche si ammala a Torino alla fine del 1888 e dopo un periodo di cura a Jena in un ospedale psichiatrico viene accudito prima dalla madre e poi dalla sorella fino alla sua morte.
Pare non abbia mai più ripreso la sua lucidità ma, a detta del suo amico fraterno, il compositore Peter Gast, pare che suonasse la sua musica “inaudita e meravigliosa” al pianoforte e che l’amico ebbe sempre il rimpianto di non averla potuta registrare.
Valter Malosti
Un ringraziamento particolare a tutti quelli che hanno collaborato a questo progetto, che ha messo a dura prova le abitudini teatrali consolidate in tutti noi, in particolare a chi con grande cura artigianale lo ha realizzato: a Francesco Dell’Elba per l’installazione luminosa, a Giuseppe Alcaro (G.U.P.) per la cura del suono e il montaggio audio, a Daniela Cavallo per i costumi, a Matteo Lainati, agli organizzatori della mia compagnia, Paolo Ambrosino, Federico Alossa e Elisa Bottero, a Isabella Lagattolla e Sergio Ariotti che hanno creduto in questo progetto e ne hanno sopportato e supportato gli scarti creativi. A Colas di Mauro Giardini per i supporti tecnici. A Francesco Gabrielli e a Massimo Guglielmo Giordani che ha condiviso con me con grande generosità anche l’azione creata per la Fondazione Merz. A Salvatore Leto e al Comune di Asti che hanno reso possibile la Residenza, di cui Nietzsche è il primo frutto produttivo. Senza il lavoro paziente di tutti coloro che ho nominato lo spettacolo non sarebbe stato possibile.

foto di Marzia Migliora - credito fotografico Maurizio Elia
RASSEGNA STAMPA
Aggiungi un posto a tavola per Nietzsche
Alla Pinacoteca Albertina uno spettacolo di Valter Malosti tra poesia, speculazione e delirio
Gomito a gomito attorno a un tavolo, ad ascoltare Nietzsche che parla di sé in quella Torino in cui visse per alcuni mesi tra il 1888 e il 1889, la città di cui amava i caffè e la cucina, e dove diede i primi segni di follia. Prende le mosse dalle pagine di Ecce Homo – opera scritta in parte proprio qui – lo spettacolo che Valter Malosti ha realizzato in due stanze della Pinacoteca Albertina, per il Festival delle Colline Torinesi, rivolgendosi a una ventina di spettatori ogni sera: ma è del tutto evidente che attraverso il libro egli puntava a evocare un ritratto interiore del filosofo tedesco.
Più che il pensiero, la sua composizione drammaturgica sembra infatti porne in luce soprattutto i fantasmi mentali: a Malosti che seduto fra il pubblico dà voce allo stesso Nietzsche si aggiungono infatti due danzatori che muovendosi sopra e sotto il tavolo incarnano una sorta di metaforica lotta tra Dioniso e Cristo, e un'attrice-danzatrice, la brava Michela Lucenti, che diventa la sorella autoritaria, una sensuale Carmen di Bizet, un'Isotta wagneriana, un'Arianna afferrata da un uomo mascherato. E poi c'è una madre taciturna che porge al figlio il teschio di un cavallo.
Il Nietzsche di Malosti inveisce contro la religione che reprime gli istinti sessuali, disserta di musica, di alimentazione, se la prende con lo spirito tedesco che è il risultato di «intestini in disordine», se la prende con le donne emancipate. Ma soprattutto descrive se stesso come una natura solitaria nella sua superiorità, un separato dell'umanità, uno di quelli cui tocca in sorte di «nascere postumi». Dice che dai suoi scritti emana «un'aria delle cime», descrive la filosofia come una «vita volontaria fra i ghiacci e le alture», nutriti dalle aquile, e non a caso emette talora versi da animale.
Le guance dai pomelli rossi suggeriscono il personaggio di un sublime buffone, ma anche uno stato di alterazione febbrile, una progressiva sovreccitazione patologica: la sua immobilità sulla sedia è di tanto in tanto interrotta da brevi tentativi di alzarsi, ma i gesti sono rigidi, spezzettati, vagamente compulsivi, l'eloquio alterna un crescendo maniacale – l'idea di sé come creatore del mondo, l'ossessione di essere già morto come il padre, il sogno di «gettare in prigione il papa con tutti gli antisemiti» - a lampi di abbagliante consapevolezza venata da un'oscura disperazione.
Ciò che più colpisce, nell'approccio di Malosti, è la straordinaria qualità poetica di questa scrittura: dall'incalzante lucidità speculativa («l'estetica è nient'altro che una fisiologia applicata»), dai meandri del delirio affiorano a tratti immagini che mettono i brividi: come ad esempio quando Nietzsche definisce il genitore prematuramente scomparso «un essere fatto per passare oltre, un ricordo benevolo della vita, più che la vita stessa», o sottolinea di se stesso, «io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell'avvenire: di quell'avvenire che io contemplo».
Sul denso, affascinante spettacolo incombe la domanda «come si diventa ciò che si è?», evidenziata anche da una scritta luminosa. Ma la risposta forse non si trova in quella prima stanza che malgrado gli arredi tutti bianche risulta alquanto cupa e soffocante, affollata com'è di pensieri velenosi e mostri della psiche. Forse la risposta si trova nella seconda stanza, dove il grande pensatore presta voce alla madre che sta ricamando un inquietante scheletro equino, e ripete allucinato le parole che lei gli rivolgeva da bambino. Sarà una coincidenza che a interpretare la donna sia la vera mamma di Malosti?
Renato Palazzi, “Il Sole 24Ore”, 18 giugno 2006
IL SUONO DELLA FOLLIA DI NIETZSCHE
Al 50° Spoleto Festival, “Ecce Homo”, regista e interprete Valter Malosti
Salendo le scale che portano al Caio Melisso si sente una musichetta svagata, come in un film di Bernardo Bertolucci. L'impressione è che qualcuno accordi gli strumenti con calma, prendendosi delle pause. Invece, girato l'angolo, si scopre che c'è un'orchestrina, e c'è un pubblico, benché esiguo. Penso che l'atmosfera del Festival di Spoleto senza Giancarlo Menotti è questa, distaccata, quasi olimpica. Poi, a proposito di Olimpo, si prende una strada inconsueta – dagli aficionados del Festival prima mai esperita: si entra nel Caio Melisso, ma non in platea. Piuttosto si scendono delle strette scale, si va nei sotterranei; e ad aspettarci, in fondo alla saletta, seduto dietro a un tavolo, c'è Valter Malosti. È il regista e l'interprete di Ecce Homo.
Noi siamo in quattordici, siamo invitati ad accomodarci lungo due panche, allo stesso tavolo dell'autore della più mirabolante delle autobiografie. Federico Nietzsche la scrisse nel novembre del 1888. Il 3 gennaio del 1889 ebbe il primo attacco di demenza. Ma, a osservarlo, per chi lo conosca un poco, Malosti pazzo lo sembra già. Tace, ci guarda con un certo, spiritato cipiglio, ha i capelli dritti in testa e, benché disprezzi il vino (lo disprezzava Nietzsche), i suoi pomelli sono rubicondi.
Prima di arrivare a Spoleto, a distanza di tanti anni, ho di nuovo letto Ecce Homo, le cui esclamative frasi, registrate, aleggiano sul nostro capo. A volte la registrazione s'interrompe. A dire ciò che Nietzsche dice è lo stesso Malosti, come un forsennato – un lucido, spietato forsennato. Pochi giorni fa, nelle Dionisiache di Barberio Corsetti, abbiamo visto il dio traversare monti e valli, nel pieno delle sue avventure terrene. Ora siamo di fronte al suo ebbro apostolo. Nelle Dionisiache, il dio prima che diventasse dio. In Ecce Homo, il dio oggetto di culto, d'interpretazione, di identificazione.
La parola chiave è identificazione. Malosti si identifica con Nietzsche. Ma Nietzsche s'identificava con Dioniso, con il dio. Senza identificazione non c'è evento. L'evento è lo scuotimento cui assistiamo; e, prima dello scuotimento fisico, prima del gesto (là dove calmi e distaccati siamo noi, i quattordici), c'è la scrittura, verrebbe da dire la scrittura conclusiva, la scrittura estrema.
Quando lessi Ecce Homo da ragazzo non mi accorsi di questa estremità. Non mi accorsi del tono della voce di Nietzsche, dello scandaloso tono della sua voce. Se il crocifisso, come lo chiama il filosofo, era scandaloso per la sua carità, per la sua dolcezza e mitezza, il filosofo è scandaloso, o tale appare a noi, non già per l'arroganza, per la superbia (non di questo si tratta, non di psicologia, ma per la sonorità, per la pienezza, per la potenza.
Da ragazzo mi colpiva ciò che Nietzsche affermava. Malosti sintetizza benissimo: l'aria delle cime, il satiro in luogo del santo, il suono alcionio, la gratitudine alla vita che demolisce gli idoli, la volgarità di somigliare ai genitori, l'unica redenzione è l'alimentazione, la castità è contro lo Spirito Santo della vita, Federico è una nuance, Bizet, Wagner...
Ciò che ora mi piace è questo suono, il suono della sua voce, così ben costruito, Nietzsche se l'è guadagnato. Nietzsche si guadagnò la sua follia. Davanti a noi, stesi sul tavolo, in piedi su di esso, o sotto, sfiorandoci le caviglie, ci sono le figure della sua vita, il Crocifisso, Dioniso, Isotta, Carmen. Esse, le allegorie, danzano. Sono Michela Lucenti, Massimo d'Amore e Francesco Gabrielli.
Poi, quando ci alziamo, di là, nella stanza vicina, c'è, per chiudere l'identificazione, la gentile madre, la madre che cuce, che riannoda i fili, la signora Margherita De Virgilio Malosti – tra tutte le figure di Spoleto, la più toccante.
Franco Cordelli, “Corriere della Sera”, 15 luglio 2007
I FANTASMI DANZANTI DI NIETZSCHE
Al Festival delle colline torinesi “Ecce Homo” di Malosti
Teatro, arte e filosofia si intrecciano in Nietzsche Ecce Homo, che Valter Malosti presenta al Festival delle colline torinesi, interessantissimo palcoscenico per un teatro che ricerca nuove espressività. Il pubblico, guidato da un'attrice in costume ottocentesco, compie una sorta di viaggio nel tempo percorrendo le sale della Pinacoteca dell'Accademia Albertina per ritrovarsi in uno spazio mentale, una stanza bianca, con un lungo tavolo bianco intorno al quale gli spettatori siedono. A capotavola vi è lui, Nietzsche che evoca figure della sua vita e della sua opera in quello che è il più acuto, disperato ritratto autobiografico delle letteratura moderna, Ecce Homo scritto nel 1888 durante il soggiorno torinese, poco prima di sprofondare nella follia.
Il tavolo è la tabula, non più rasa, di pensieri che affollano la mente di Nietzsche e che lui ascolta come un beckettiano Krapp che però non governa le ombre del suo ricordo. Il filosofo, cui Valter Malosti dà toni e gesti di sofferta, folle verità, assiste all'irrompere della selvaggia teatralità del suo pensiero: l'autoritaria disistimata sorella, una straziante meccanica Carmen danzante, fatta vivere dalla brava e intensa Michela Lucenti, la disprezzata madre, la silente e severa Margherita Malosti, un se stesso, amici e Cristo, personaggi ben interpretati da Massimo Guglielmo Giordani e Francesco Gabrielli. E le parole contro la religione e Dio sono violente, assolute, “Dio è un no alla vita”. Dalle stanze vicine e da sotto il tavolo, voragine e “tana” della bête philosophe, lo assillano questi fantasmi che si contorcono nel dolore del pensare.
Il regista, con le intense coreografie di Michela Lucenti, le suggestive installazioni di luce di Marzia Migliora, accompagnando lo spettacolo con un'evocativa partitura musicale, è bravo nel far trasparire come per Nietzsche l'interesse per la speculazione filosofica si rovesci in quest'opera inquietante in una sovreccitata contemplazione di sé, nella consapevolezza che dare forma al proprio pensiero sia scoprire il significato della propria vita. Dal bianco “tavolo anatomico” si passa infine in una stanza dove la madre ricama mentre il figlio sprofonda nel nulla abbacinante della follia.
Ottimo spettacolo, una bella ricerca su un filosofo scomodo e affascinante.
Magda Poli, “Corriere della Sera”, 18 giugno 2006
Nietzsche e Shakespeare rinnovati a teatro
Ecce Homo da F. Nietzsche, di e con Valter Malosti e Michela Lucenti, visto a Torino, pinacoteca dell'Accademia Albertina.
Nietzsche visse il momento decisivo della sua vita, il momento supremo, nel quale una prostituta siciliana di quindici anni gli impartì la lezione più importante, a pochi metri dall'Accademia Albertina, dove Valter Malosti in due stanze ha realizzato questo spettacolo-installazione di teatro-danza ispirato all'opera estrema del grande filosofo. Un Nietzsche, quello di Malosti, che nel momento della massima sfida (Cristo vs Dioniso: è qui il più grande attacco al cristianesimo, la più radicale alternativa a Cristo che sia mai stata concepita), rivela la sua intima debolezza. Non solo la debolezza finale, quella del folle accudito e carcerato da madre e sorella, ma quella, più profonda, legata al formarsi del suo stesso pensiero: pensiero poetico e poetante come pochi e quindi fattivo, implicato con la molteplice materia della vita – che materia è proprio perchè refrattaria, irriducibile, “altra”. La musica, sempre straziante, sottolinea i legami del pensiero astratto con la materia-memoria, mentre i danzatori, bravissimi (Michela Lucenti, Massimo Guglielmo Giordani e Francesco Gabrielli), traducono questo legame indissolubile in movimento e spazio. Soprattutto Michela Lucenti, capace di cose strabilianti anche in un solo metro quadrato, ci comunica l'idea del moto della realtà come seduzione, mistero il cui svelamento è sempre rinviato. [...]
Luca Doninelli, “Avvenire”, 25 giugno 2006
PER NIETZSCHE, BANCHETTO IN UNA GROTTA IMBANDITA
Malosti al Caio Melisso, “Ecce Homo”
Festival dei Due Mondi, edizione del cinquantenario. Sotterranei del teatro Caio Melisso, a un passo dal Cristo Pantocratore da secoli benedicente sulla facciata del Duomo di Spoleto. Cristo che avrà abbassato l'occhio, senza scandalizzarsi, sul banchetto-spettacolo di Valter Malosti Nietzsche Ecce Homo, già presentato lo scorso anno, per pochi giorni, in Piemonte ed ora “apparecchiato” nella singolare cripta a più vani. L'intento è quello di restituire a 14 commensali ammessi al simposio (idealmente all'intero popolo dei ricettori) il filosofo dell'Ecce Homo, quello che, sul finire del 1888, visse una doppia identità a lungo agognata e fu, insieme, Dioniso, il dio dell'ebbrezza, e il Cristo eversore, avversario del potere costituito.
Tutto del filosofo più fascinoso di fine Ottocento (Nietzsche morì a Weimar nell'agosto del 1900) pretenderebbe rivelarsi sul lungo tavolo ricoperto di pelle bianca sul quale agiscono gli attori. Malosti, nei panni dell'intellettuale dimidiato e ardente, scosso da brividi di follia e da estasi calde durante le quali si bea di Bizet e Wagner, guida con invisibili fili l'azione di Michela Lucenti, Massimo D'Amore e Francesco Gabrielli, nonché di Margherita De Virgilio Malosti (la madre del lucido farneticante). I due spiriti contrapposti – uno pagano e spudorato, in giacca scura e camicia candida, capace di evoluzioni lascive; l'altro seminudo, cappio al collo e corona di spine, occhi magnetici, sorriso beffardo nel voler sembrare ascetico – combattono un'inutile lotta. Sono consapevoli di come la loro unità indifferenziabile alimenti il fuoco sacro che consuma Friedrich, capace di danzare nudo nella propria stanza, sentendosi dio e Dio, al suono della musica amata.
Lunghe frasi diffuse nell'aria di scena o biascicate da Malosti fra labbra e denti, nel sudore e nel tremito, a capotavola e su simboliche soglie mai valicate, gettano sul candore della mansa i temi lucenti e apocalittici del filosofo, le sue idiosincrasie, i suoi complessi e la sua furia, la tensione costante al divino, lo sprezzo delle regole create per i miseri. La luce è di neon colorati, frizzanti, semantici nella grotta di mattoni calcinata di grigio uniforme. E la testa del pazzo si contrappone spesso alla quiete dolorosa, quaresimale del vetro viola dell'unica finestra, aperta sul Nulla.
Suggestioni eleganti, giuste per un festival. Un po' del Ronconi bioetico delle olimpiadi della Cultura di Torino e un po' della scena della neve di Kill Bill 1 di Quentin Tarantino nella lotta “all'orientale” fra Dioniso e Cristo. Accuratezza registica e, da parte di tutti, interpretativa. Repliche oggi e domani.
Rita Sala, “Il Messaggero”, 5 luglio 2007
Preziosi contenitori
Il merito è soprattutto di certe rassegne gestite con passione e intelligenza, luoghi dove si va sempre sul sicuro, con la ragionevole certezza di trovarvi importanti stimoli di riflessione: fra questi, un posto di particolare rilievo spetta al Festival delle Colline Torinesi, prezioso contenitore di esperienze fuori dalla norma, che nel tempo si è andato sostituendo a vetrine di più lunga tradizione storica. [...]
Alle Colline Torinesi ha debuttato un altro fra gli avvenimenti più significativi dell'estate, l'intenso spettacolo che Valter Malosti ha liberamente tratto dall'Ecce Homo di Nietzsche, un inquieto ritratto del filosofo tedesco seduto a tavola in una stanza soffocante, gomito a gomito con una ventina di spettatori: mentre il “superuomo”, ormai preda della follia, si descriveva come una solitaria aquila delle vette, progettava di incarcerare il papa con tutti gli antisemiti e inveiva contro le donne emancipate e la religione che reprime gli istinti sessuali, due danzatori che agivano sopra e sotto il tavolo incarnavano in contrasto fra Cristo e Dioniso e un'attrice-danzatrice evocava la sorella dell'autore, l'Isotta wagneriana, la Carmen di Bizet.
Il tratto essenziale di questo itinerario nella personalità di Nietzsche era la sostanziale ambiguità del giudizio che ne emergeva: da un lato egli veniva raffigurato da Malosti come una sorta di divino buffone dai gesti nevrotici e dai pomelli rossi, clowneschi, dall'altro ne venivano esaltati certi sublimi squarci letterari, come quando dice di sé “io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell'avvenire: di quell'avvenire che io contemplo”, o descrive il padre morto giovane come “un essere fatto per passare oltre – un ricordo benevolo della vita,più che la vita stessa”. In definitiva, l'enigma della sua mente complessa veniva ricondotto al rapporto con la madre – il cui ruolo era sostenuto dalla vera madre di Malosti – in un lucido richiamo psicanalitico.
Renato Palazzi, “Linus”, settembre 2006
Malosti e Nietzsche, ecce attore
Ci sono pensieri che accompagnano. Attrazioni in cerca di couagulo. Appuntamenti che tornano come per un saluto in sospeso. Nietzsche è un po' tutto questo per Valter Malosti, che dopo anni torna a misurarsi col filosofo tedesco. Ad accendere l'immaginazione, a trasformarsi in visione teatrale, questa volta intesa come esperienza collettiva, è il momento di passaggio dalla lucidità suprema alla follia, dalle ultime folgorazioni di Ecce Homo alla perdita della ragione, sullo sfondo di una Torino sospesa nel tempo. È un teatro di contatto, di fibrillazione di sensi, quello che ora propone Malosti, un teatro di pelle, innervato dalla parola: pregnante e dinamica a un tempo.
Siamo nella Pinacoteca dell'Accademia Albertina, solo quattordici spettatori sono ammessi alla condivisione di quella cerimonia della memoria. Vengono accolti da una vestale in abiti d'epoca e fatti accomodare lungo un tavolo, quasi un tavolo anatomico oltre che mensa dove i corpi fisici di Cristo e di Dioniso entreranno in corto circuito. A capotavola Malosti/Nietzsche, maschera di se stesso, ricettacolo alchemico in attesa di metamorfosi liberatrice. Vola la fisicità della parola in un'albedo abbacinante di bianchi, anticamera di dannazione o redenzione. Spettacolo intensissimo e seducente. Malosti offre una prova ricca anche come interprete, e condivide gli applausi finali con Michela Lucenti, Massimo Guglielmo Giordani, Francesco Gabrielli e Margherita De Virgilio Malosti.
Nietzsche Ecce Homo prodotto dal Festival delle Colline Torinesi e dal Teatro di Dioniso replica fino al 1 luglio. [...]
Alfonso Cipolla, “La Repubblica”, 17 giugno 2006
I FANTASMI DEL FILOSOFO
Abbandonata la cattedra all'Università di Basilea, Nietzsche si rifugia Torino, dove progressivamente la follia si impossesserà di lui. A quel periodo, allo stesso tempo esaltante e disperato, risale la stesura di Ecce Homo. Tredici spettatori seduti attorno a un tavolo bianco percorso da vistose suture, assistono al ragionevole delirio del capotavola, un Nietzsche che Malosti immagina con candida camicia e completo nero, il volto ricoperto da biacca e pomelli rossi, un clown-triste vittima del proprio stesso pensiero. I frammenti raccolti in Ecce Homo sono drammatizzati in una serie di capitoli offerti in un'affascinante ed efficace commistione di danza, mimo, recitazione, voce registrata, uso accorto dello spazio, angusto ma interamente sfruttato.
Sotto e sopra il tavolo si muovono figure inquietanti, proiezioni della mente iperattiva di Nietzsche: il diavolo e il Cristo, simboli dell'aspirazione al dionisiaco, l'austera sorella e una Carmen procace incarnazione della sensualità e del potere della musica. Nietzsche/Malosti osserva, chiosa, combatte con i fantasmi creati dalla sua mente: puntualizza le proprie origini polacche che lo distinguono dalle bassezze del popolo tedesco, analizza la fascinazione esercitata su di lui dalle composizioni di Wagner, esalta Torino e i suoi caffè, si chiede con disperazione come si possa diventare “ciò che si è”. Attorno a lui tre danzatori che agiscono quali correlativi oggettivi delle sue speculazioni, riempiendo con la propria energica e armoniosa fisicità lel parole apparentemente deliranti del filosofo. Meritano la citazione almeno un paio di episodi: la sfida tra Nietzsche e il Cristo, posti ciascuno a uno di due capi del tavolo, tutta giocata su un agguerrito e sottile scambio di sguardi; la struggente danza, eseguita da Michela Lucenti, che ben esemplifica le sensazioni suscitate dall'ascolto di Wagner. L'intero spettacolo, nondimeno, imprigiona lo spettatore nella medesima gabbia in cui la mente di Nietzsche rinchiuse il filosofo: da qui il disorientamento, il disagio, l'esaltazione provati da un pubblico che, a strettissimo contatto con gli interpreti, è costantemente toccato, accecato da luci fluorescenti, turbato da inattese apparizioni, scosso da repentini passaggi dalla musica classica al rock. Sensazioni accentuate dalla concentrata ed espressiva bravura dei quattro interpreti, capaci davvero di tradurre in carnale realtà il dionisiaco nietzscheano.
Laura Bevione, “Hystrio”, n. 4, ottobre/dicembre 2006
Nietzsche Ecce Homo: teatro dell'intimità
È un lavoro di toccante intensità, l’Ecce Homo di Valter Malosti, tanto da rendere inadeguato il forse abusato termine “spettacolo” per definirlo. Di uno spettacolo, infatti, non resta pressoché nulla: non la distanza tra la scena e il pubblico, perché i pochissimi convenuti siedono allo stesso bianco tavolo cui siede il regista-attore e diventano immediatamente parte dell’asciutta scena; non la riduzione o l’adattamento di un testo filosofico a testo teatrale, perché Malosti crea piuttosto un nuovo discorso, con un montage quasi benjaminiano, per immagini dialettiche, di frammenti diversi dell’opera nietzschiana, di cui l’Ecce homo è sì il fulcro, ma non l’unico orizzonte; infine, non Malosti che interpreta Nietzsche, ma Malosti che fa rivivere Nietzsche sulla propria carne, e su quella dei bravi danzatori che l’accompagnano, figure della sua identità cercata e negata, trovata e perduta. La parola del filosofo fluisce, infatti, in buona parte dalla registrazione che accompagna la scena, pensieri a voce alta che prendono forma, mentre il suo viso, non solo, il suo corpo intero, si contrae nelle smorfie del riso, del dolore, dello stupore, della paura o di un compiaciuto sperdimento, e intorno al tavolo prendono vita in altri corpi la sua ombra, Dioniso (il conturbante Massimo Guglielmo Giordani), il padre, il Crocefisso (l’asciutto ed essenziale Francesco Gabrielli). Un uso sapiente e innovativo di espedienti non nuovi alla storia del teatro del Novecento, che hanno già da tempo potentemente destrutturato il concetto classico di spettacolo, e che Malosti riesce a sfruttare per creare una personalissima via d’accesso all’intimità del folle genio.
Ma, se non c’è spettacolo, non per questo manca il teatro. Anzi, depurato della sua spettacolarità, sembra più vivo che mai. In perfetta sintonia con quanto sostiene Roberto Calasso, ovvero che Ecce Homo, «il fatto teatrale per eccellenza nella vita di Nietzsche», configuri la questione della conoscenza nella forma dell’antitesi tra l’uomo dionisiaco e il commediante, il Nietzsche di Valter Malosti alterna momenti di lucidità suprema in cui incarna pienamente il proprio pensiero tragico - «non dobbiamo volere un solo stato, bensì dobbiamo voler diventare esseri periodici: diventare cioè uguali all’esistenza» - ad altri in cui il delirio si confonde con la propria ridicolizzazione, sottolineata da quel trucco clownesco, pomini rossi su volto bianco, che ne incornicia il viso - «non voglio “credenti”, penso di essere troppo malizioso per credere a me stesso, non parlo mai alle masse… Ho una paura spaventosa che un giorno mi facciano santo… Non voglio essere un santo, allora piuttosto un buffone… Forse sono un buffone». Teatro che arriva, con immediatezza, a toccare le corde vibranti di un’intimità condivisa, quando riesce a sondare le profonde emozioni di una vita tesa a comprendere l’esistenza senza raggelarne il calore pulsante: ecco l’“estetica fisiologica”, che ha a cuore il bene del corpo per garantire vividezza e carnalità ai pensieri. Ma, ancor più, ecco la danza, arte dionisiaca par excellence, che del corpo mette in atto bellezza e potenza. Ecco la bravissima Michela Lucenti, che, oltre a incarnare la peraltro rigida e compita sorella di Nietzsche, anima danzando una prorompente Carmen, una straziata e poetica Isotta, per culminare in una drammatica e intensissima Arianna, rapita da un crudele Dioniso mascherato, demone folle e intransigente, brutale doppio volto di un pensiero impossibile: «scossa da febbri ignote / tremante per gli acuti dardi di ghiaccio / braccata da te pensiero / innominabile! Velato! Orrendo!».
Così la dura soglia tra lucidità e follia è esplorata in tutta la sua drammatica potenza, per culminare nel confronto aperto, da Nietzsche negli ultimi scritti ossessivamente evocato, tra Dioniso e il Crocefisso, anch’esso mimato e danzato. Conflitto senza esito, che sembra quasi lasciare senza risposta la domanda intorno alla quale Nietzsche tanto s’affatica, in Ecce Homo come nella sua vita: come si diventa ciò che si è. Eppure, nel breve intervallo di un’esistenza, quella domanda si è trasformata in un’affermazione che ha tutta la profondità di un coerente e rigoroso sì alla vita, che porta Nietzsche ad abbracciare l’esistente in ogni sua forma, anche quella di un cavallo battuto e piegato in via Po, come vengono ricordati gli esordi torinesi della sua follia: la testa scheletrica di quel cavallo, che la madre di Nietzsche gli porge – vera madre di Malosti, a rinforzare l’identificazione piena tra attore e filosofo, a scalzare del tutto l’ipotesi di una semplice “recitazione” -, è simbolo della violenta animalità della vita sempre a rischio di morte, di cui Nietzsche è memore anche nel silenzio della follia. Non altro che questo, infatti, sulle asciutte parole di sfondo, ricama la madre prendendosi cura del figlio nella seconda stanza in cui il piccolo capolavoro teatrale si conclude: la memoria di un animale, come il cavallo, libero e selvaggio.
Daria Dibitonto, giugno 2006
Spoleto, Museo Civico, “Nietzsche Ecce Homo”, di Friedrich Wilhelm Nietzsche
COME SI DIVENTA CIO' CHE SI E'?
Francesco Rapaccioni intervista Valter Malosti
F.RA: Quali sono i segni distintivi del tuo linguaggio teatrale?
VM: Secondo me la trasversalità, l’utilizzo di diverse arti nel comporre lo spettacolo. Il lavoro che faccio io in teatro è simile a quello del cinema, ci sono tante figure di autori che collaborano con me al progetto e io utilizzo queste diverse arti per creare lo spettacolo. Al centro di tutto c’è il corpo dell’uomo, dopo di che si utilizzano le luci, l’arte visiva, la scrittura i suoni e la musica, soprattutto. Tutto con al centro il corpo, che è il magnete di tutto questo lavoro.
F.RA: Questo è il tuo secondo lavoro su Nietzsche, come mai?
VM: Nasce tutto da quando ero bambino. Io sono nato a Torino, figlio di immigrati, e quando si è bambini a Torino Nietzsche è una figura leggendaria, perché si parla di lui come di quello che abbracciò un cavallo, anche se magari a quell’età non si sa nulla della sua filosofia. Ci sono alcuni aneddoti leggendari su di lui e una targa che lo ricorda in pieno centro, abitava in un posto molto interessante davanti alla piazza Carlo Alberto, quindi vedeva quella statua del cavallo. Poi, mentre studiavo altre figure del Novecento, ad esempio Artaud, ci ho trovato molte affinità. Tra l’altro, curiosamente, quando Nietzsche abbraccia un cavallo, quella era una forma ante litteram della performance e pensa che nello stesso anno e nello stesso mese Van Gogh si taglia un orecchio, gesti performativi che me li accomunano. E Artaud ha scritto “Van Gogh ovvero il suicida della società”, dove nella prefazione parla di Nietzsche... Insomma un corto circuito di menti che sono interessanti da unire per rappresentare una valanga, uno svuotamento delle viscere interiori della coscienza.
F.RA: Infatti in scena rimane lo scheletro del cavallo.. E il collegamento con “L’ultimo nastro di Krapp” che tu indichi nelle note di regia?
VM: Anche Beckett in qualche modo utilizza, in maniera minimale, come è nella sua scrittura, lo svuotamento come categoria, anche se lì tutto era setacciato attraverso un finissimo lavoro di riduzione all’osso della carne poetica e linguistica, ma ci sono molte cose in comune, come se Nietzsche andasse a riprendere le bobine di Krapp, tutti i files dell’esistenza per metterli insieme.
F.RA: Come si diventa ciò che si è?
VM: E chi lo sa? E’ un lavoro continuo, una domanda che uno deve costantemente avere sotto gli occhi. Anche Nietzsche nell’ultimo periodo era molto interessato alla filosofia orientale ed a Schopenauer (da cui poi si allontanerà) e questo suo “come si diventa ciò che si è” è molto interessante in collegamento con l’arte orientale, col Buddha, col mondo animale, in senso complesso e con ruolo panteistico rispetto alla filosofia europea.
F.RA: Progetti per il futuro?
VM: “Disco Pigs” andrà a Berlino alla Volksbühne a ottobre e poi girerà un pochino l’Italia. Invece questo Nietzsche, già fatto a Torino e Asti, è sempre uno spettacolo nuovo, perché ricreiamo queste due stanze ogni volta in uno spazio diverso. Questo a Spoleto è un luogo perfetto, perché sono le viscere di un teatro, ma credo siano anche le viscere di una chiesa, a quanto vedo: Cristo e Dioniso, proprio perfetto per Nietzsche.
Fancesco Rapaccioni, "www.teatro.org", 5 luglio 2007

foto di Mingo Pasquale

foto di Diego Beltramo